lunedì 11 luglio 2022

A Silvia------la poesia di Leopardi...l’inizio di una nuova stagione poetica

 


una delle poesie più belle e note di Giacomo Leopardi. E’ uno dei grandi idilli,  fa parte del terzo tempo della lirica leopardiana (1828-1830).


Il poeta Giacomo Leopardi moriva a Napoli il 14 giugno del 1837. Da quel giorno di fine primavera a oggi sono passati quasi 200 anni, ma la forza della sua poesia non si è mai indebolita e continua a toccare le corde più profonde dei nostri cuori, come in questi celebri versi. Amato da generazioni di studenti, Leopardi ha fatto breccia nel cuore di giovani e adulti, grazie alla sua capacità straordinaria di parlare della vita, delle inquietudini dell’animo, di cogliere gli aspetti più reconditi della realtà.

Noi lo ricordiamo il 14 giugno , nell’anniversario della sua nascita, con uno degli incipit più famosi della letteratura mondiale, i primi versi della lirica “A Silvia“, il canto d’amore che  Leopardi rivolge a Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi. Composta tra il 19 e il 20 aprile del 1828, la poesia “A Silvia” parla della distruzione delle speranze e delle illusioni giovanili.   Silvia aveva 16 anni,  quando morì. Silvia, in realtà sarebbe lo pseudonimo  di Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, che morì nel 1818 per tisi polmonare. Non sappiamo se Giacomo fosse innamorato di Teresa, ma dai versi che le dedica sembra proprio che fosse così. Lei popolana, lui nobile; lei spensierata e semplice, lui sempre chino sui libri, nella sua biblioteca. Ma ad accomunarli la stessa esuberanza e la stessa identica voglia di vivere e di felicità. Felicità spezzata dalla morte prematura di Silvia, che a soli 16 anni abbandona il mondo terrestre, diventando uno degli emblemi della sofferenza che costella la poetica leopardiana.


A Silvia” (a Selva/natura)  per Leopardi l’inizio di una nuova stagione poetica, tra il 1828 e il 1830 canto, composto a Pisa nel 1828,una confessione del poeta. E’ costruito come un dialogo con Silvia. Il canto si divide in due parti: la prima parte ha carattere rievocativo, incentrato sulla poetica della memoria, la seconda parte ha carattere riflessivo.


Nella prima parte, Leopardi domanda a Silvia se, dopo tanti anni, ricorda ancora i giorni felici nei quali si affacciava alla giovinezza. Quando anche il poeta aveva nel cuore la fiducia nella vita e, come Silvia, aveva pensieri piacevoli, speranze e belli gli apparivano il fato e la vita. Tuttavia questo è destinato a finire per colpa della natura, che promette negli anni della giovinezza e dell’adolescenza, ma poi non mantiene ciò che ha promesso. Nella seconda parte il poeta fa un paragone tra il destino della ragazza e il suo. Silvia moriva senza veder fiorire la sua giovinezza, senza poter parlare di amore con le compagne e senza godere delle lodi della propria bellezza. Con la sua morte, tramontava anche la speranza di felicità di Leopardi. A lui, infatti, come a Silvia, i fati negarono le gioie della giovinezza, dove sogni e speranze dovrebbero diventare realtà.  Svaniti dunque i sogni con l’apparire della realtà dolorosa, non resta altro che la morte per liberarci dalla miseria e dalle amarezze della vita

PARTICOLARITA'

Silvia è un nome di pastorella, tratto forse dall’Aminta di T. Tasso;  per la cui morte precoce il poeta aveva registrato negli “Appunti e ricordi”: “Odi anacreontiche composte da me alla ringhiera sentendo i carri andanti al magazzino e cenare allegramente dal cocchiere intanto che la figlia stava male. Storia di Teresa da me poco conosciuta e interesse ch’io ne prendeva come di tutti i morti giovani in quello aspettar la morte per me”. 
Le prime due strofe rappresentano l’età delle speranze in Silvia adolescente ma fin dall’inizio si avvertono connotazioni funebri (fuggitivo ha spesso nei “Canti” anche il significato di vicino alla morte e in questo senso anche il pensosa del v. 5 ha un suo suggerimento). La più gran parte dei canti pisano-recanatesi si fondano sulla situazione psicologica del ritorno del poeta a un paese, a una famiglia –non dobbiamo mai dimenticarlo- amati e al tempo stesso violentemente disamati. Il 25 febbraio 1828 Leopardi aveva scritto alla sorella Paolina e le aveva confessato “che in materia d’immaginazioni, mi pare di esser tornato al mio buon tempo antico”; e poco dopo, il 2 maggio, ancora le aveva confidato “dopo due anni, ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore d’una volta”. L’intonazione colloquiale di questo dialogo immaginario richiama subito il tema del ricordo, della memoria di un tempo che sembrava felice, e non a caso viene usato, dopo il rimembri iniziale (dettato dall’improvvisa felicità del ricordo), il tempo verbale dell’imperfetto (splendea, salivi), che non colloca l’azione in un tempo preciso ma la lascia nel vago; e giustamente Contini ha sottolineato l’effetto fonosimbolico di splendea, “in quanto l’iato che la desinenza in –ea contiene a fin di verso fissa la durata della contemplazione”. E’ la parola “ancora” (v. 1) che misura subito la lontananza nel tempo, sono passati dieci anni dalla morte della fanciulla. L’imperfetto indica continuità nel passato, spiega perciò la durata indefinita dei sogni giovanili, è il tempo della memoria e dell’illusione. Da subito, infine, compaiono quei binomi lessicali diventati celebri –dice la critica- per “una capacità evocativa prodotta dalla dolcezza del suono e dal valore vagamente contrastivo del rispettivi significati: ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa”. Su questo passaggio il filtro letterario è davvero invadente (v. Petrarca, “che gentil cor udia pensoso et lieto”, Rime, CCCXXXII, 16; e Tasso, “lieta e pensosa vinse”, madrigale Incontra Amor, v. 3). Non c’è corrispondenza amorosa tra Giacomo e la fanciulla, come appare chiaramente da questo passo: “una giovane dai sedici ai diciotto anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti, ecc., un non so che di divino, che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto; allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta; quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso” (Zibaldone, 30 giugno1828, p. 4310-11). Silvia è un’immagine vagheggiata, un’immagine del cuore e del ricordo. La critica poi non si stanca mai di sorprenderci: fate attenzione alle ben undici allitterazioni con dentro il fonema “t” in questi primi versi (tempo, tua, vita, mortale, beltà, tuoi, ridenti, fuggitivi, lieta, limitare, gioventù); esse suggerirebbero una specie di disseminazione fonetica del pronome “tu”, quasi prolungando come in un’eco l’invocazione iniziale, col verbo salivi (v. 6) che contiene, dissimulato in forma di anagramma, il nome Silvia ( così la lunga e affettuosa interrogazione si apre e si chiude con questo nome).


venerdì 27 maggio 2022

LE OTTO MONTAGNE DI PAOLO COGNETTI...DAL ROMANZO AL FILM

 IL ROMANZO  "Le otto montagne” di Paolo Cognetti 

vincitore Premio Strega nel 2017



Questa storia Paolo Cognetti l’ha sempre avuta dentro di sé, qualcosa che è cresciuto con lui e che lo ha accompagnato anche nel corso delle sue precedenti pubblicazioni. Ricordiamo  Il ragazzo selvatico - Quaderno di montagna in cui i temi della solitudine sui monti, della vita lontano dalla città e  della libertà come scelta consapevole e a volte dolorosa diventano un meraviglioso inno alla natura e alle sue incredibili bellezze---


Cognetti sapeva di voler scrivere una storia su un padre e un figlio e su un’amicizia tra uomini oltre che una storia al profumo di larici e abeti, con torrenti, colorata dalle nevi perenni e sincera come la vita.
Un poetico universo di aspettative disilluse nei vecchi e nei giovani, in chi resta e in chi va per ritornare. Un padre pieno di rancore che ama i suoi monti in maniera assoluta, un uomo che cerca di trasmettere al figlio lo stesso amore, la stessa passione per il gusto della salita, la frenesia della vetta e un figlio che di quella dedizione non sa che farsene. Pietro è un solitario e capisce suo padre sempre meno, lo segue di malavoglia, ha altri interessi, legge Mark Twain e Hemingway, percepisce un’attrazione particolare verso quei luoghi che lo calamitano e spesso lo respingono. L’incontro con Bruno giunge provvidenziale per spezzare quella specie  di primaria avversione verso la montagna, con Bruno Pietro scopre le arrampicate, e negli inverni più duri anche il piacere di salire su vette altissime. Bruno chiave di volta di un processo di conoscenza che riporta Pietro,  ormai adulto,  a capire la parte bambina che aveva lasciato indietro.

...diventa un film

al Festival di Cannes 2022, una storia d’amicizia...  


....lunga una vita che inizia dall’infanzia dei due protagonisti per arrivare fino alla maturità.
film diretto da  Felix van Groeningen, Charlotte Vandermeersch Nonostante perda intensità nell’ultima parte, il film ha la capacità di restituire la malinconia delle cime, delle rocce, degli sterpi e delle foglie.....
film di immagini accorte questo di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, attente alla terra,  in un formato che fa pensare alle vecchie diapositive, o che nella cura della luce  ricorda i bei versi sulle montagne della giovane Antonia Pozzi. 
ANTONIA POZZI 


FESTIVAL DI CANNES...PRESENTAZIONE 
     Felix van Groeningen, Charlotte Vandermeersch





... è in concorso nella selezione ufficiale al Festival di Cannes interpretato da Luca Marinelli e Alessandro Borghi.


amicizia nata tra due bambini che, divenuti uomini, cercano di prendere le distanze dalla strada intrapresa dai loro padri ma, per le vicissitudini e le scelte che si trovano ad affrontare, finiscono sempre per tornare sulla via di casa. 


Interessante la analisi , con tanti   TEMI -

  • L’AMICIZIA 
  • IL PADRE
  • LA NATURA
  • RITORNO ALL’ESSENZIALE
  • IL MONDO CHE SCOMPARE

  • viaggio di scoperta interiore, Come scalare una montagna, ripercorrere le tappe di una profonda amicizia, esperienza intensa di conoscenza che i PROTAGONISTI  porteranno sempre nel loro bagaglio emotivo.  A sceneggiare e dirigere due registi di origine belga, Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch

  •  L’andamento del film oscilla tra quel che conosciamo e quel che ci stupisce, lo riconosciamo come una storia nostra ma è raccontata con un linguaggio diverso. Il grosso ovviamente sarà svolto nella fase matura e racconterà di come tutti, anche il montanaro stesso, viene cambiato dalla dipendenza dalla montagna, un posto che non solo attira ma condiziona l’amicizia dei due, la agevola e la cementifica, cambia le loro vite con un piglio umano irresistibile

Al centro del mondo c’è la montagna più alta, il Sumeru, circondata da otto mari e otto montagne», dice Pietro appena tornato dal Nepal all’amico Bruno che dalle sue montagne in Val d’Aosta non si è mai mosso in vita sua. Disegna su un foglio un tondo a spicchi con dentro un circolino più piccolo. Poi dice: «La domanda è: Chi ha imparato di più? Chi ha visitato le otto montagne o chi ha raggiunto la vetta del Sumeru?».

                 
Su GQ  un puntuale recensione da tenere presente....
Le otto montagne e ai suoi protagonisti (Alessandro Borghi e Luca Marinelli) si vuole subito un gran bene





venerdì 20 maggio 2022

 


da  Ulisse - il piacere della scoperta - Fans

PLATONE AVEVA RAGIONE

Il grande filosofo Platone, una delle menti più grandi della storia umana, sul finire della sua carriera venne deriso dai suoi contemporanei a causa di uno scritto che stava componendo. La delusione fu così grande che egli decise di non completare il secondo dei tre racconti sull’argomento, e di non iniziare nemmeno a scrivere il terzo (doveva essere, infatti, una trilogia). Perché i Greci, un popolo abituato ad ascoltare storie di ogni genere, e spesso a crederci, derisero nientemeno che il grande Platone?

Ebbene, nel dialogo “Timeo” e nel dialogo parziale “Crizia” (rimasto incompiuto), Platone racconta che alcuni “misteriosi sacerdoti egiziani” della città di Sais, raccontarono al celebre statista ateniese Solone (638 a.C. – 558 a.C.) una storia. Platone (428 a.C. – 348 a.C.), circa 200 anni dopo, ricevette per vie traverse questa storia, e l’ha usata come una delle fonti da cui ricavare il suo racconto. E fin qui nulla di strano.

In questo racconto Platone dice molte cose. Tra l’altro, racconta l’esistenza di una “Grande Isola” vicino alle “Colonne D’Ercole”. Lui la chiama “Atlantide” o “Terra di Atlante”. I greci del suo tempo sapevano che oltre 40 anni prima di Platone, il celebre storico Erodoto (484 a.C. – 430 a.C.), nelle sue “Storie” chiamò con il nome “Atlante” la catena montuosa dell’odierno Marocco. Tra l’altro, ancora oggi conserva quel nome: Monti dell’Atlante. Per un greco di quel tempo, il nome “Atlantide” o “Terra di Atlante” indicava una terra che si trovava evidentemente ai piedi del monte Atlante. Ma tutti sapevano che non c’era nessuna “grande isola” ai piedi dell’Atlante.

Nel suo racconto, citando i “misteriosi sacerdoti egizi”, Platone affermava che quell’isola esisteva 9.000 anni prima di Solone, quindi 11.500 anni fa. E qui scoppiarono le risate. Per la gente di quel tempo, 9.000 anni prima di Solone il mondo non esisteva nemmeno (per esempio, la tradizione ebraico-cristiana pone la nascita del mondo al 4.000 a.C. circa). Per circa 2.000 anni la gente ha riso di questa affermazione di Platone. Non trovando nessuna “Grande Isola” vicino al monte Atlante, diversi scrittori la hanno “piazzata” un po' ovunque: chi in Sardegna, chi in Irlanda, chi a Cuba, chi in Indonesia. Onesti tentativi di risolvere il “rebus”.

Ma “la Terra di Atlante” è sempre rimasta lì, dove aveva detto Platone. Infatti, pochi anni fa, un piccolo, minuscolo oggetto di metallo, il satellite giapponese PALSAR, ha reso giustizia al celebre filosofo greco. Chiunque siano stati i “misteriosi sacerdoti egiziani” che avevano raccontato a Solone (e tramite lui a Platone) che vicino ai monti di Atlante, nella Terra di Atlante (o Atlantide) esisteva una grandissima isola, avevano ragione. L’articolo della rivista “Nature”, del 10 Novembre 2015, intitolato “African humid periods triggered the reactivation of a large river system in Western Sahara”, a prima firma di C. Skonieczny, parla “di un grande sistema fluviale nel Sahara occidentale, che trae le sue sorgenti dagli altopiani dell'Hoggar e dalle montagne dell'Atlante meridionale in Algeria. Questa cosiddetta valle del fiume Tamanrasett è stata descritta come un possibile vasto e antico sistema idrografico”. L’articolo continua scendendo nei dettagli dal punto di vista geologico. Per farla breve, il PALSAR ha scoperto un mega-fiume gigantesco, oggi inaridito, che partiva proprio dai monti di Atlante e tagliava tutto l’angolo a Nord-Ovest dell’Africa, sfociando nella odierna Mauritania.


La “valle del fiume” del Tamanrasett ha una ampiezza di 90 km circa. La foce di questo mega-fiume, oggi situata sotto il mare, era larga 400 km. Era un “mostro” paragonabile al Rio delle Amazzoni, un fiume così grande che in diversi punti è indistinguibile dal mare. Questo vuol dire che questo fiume poteva raggiungere una ampiezza simile da costa a costa. Immaginate un osservatore a livello del terreno. Come avrebbe fatto a capire che si trattava di un fiume, oppure di un mare, se la costa opposta era a 90 km di distanza? Ad eccezione della salinità delle acque (ma non sappiamo se questo aspetto fosse compreso), nulla avrebbe permesso a quell’osservatore di capire se si trattasse di un fiume o di un mare. Tanto per dire, è una distanza superiore allo stretto di Messina e allo Stretto di Gibilterra messi insieme.


guardando la regione dall’alto, si comprende che quando scorreva il mega-fiume Tamanrasett, durante “l´Ultimo Periodo Umido Africano”, (tra 14.500 e 7.000 anni fa circa, con strascichi fino a 5.500 anni fa), tranne che per un piccolissimo pezzettino a Nord-Est, la “Terra di Atlante”, o “Atlantide”, o territori a Sud del Monte Atlante, era davvero un´isola. A Nord era circondata dal Mar Mediterraneo. Ad Ovest era circondata dall’Oceano Atlantico. A Sud era circondata dal mega-fiume Tamanrasett. Ad Est era quasi completamente circondata dallo stesso fiume, tranne un pezzetto costituito dalla catena montuosa di Atlante. Si può davvero chiamarla “isola”? Nel senso greco “Sì”.

Tutti conosciamo cosa è il Peloponneso, una delle zone più importanti della Grecia. Ebbene, il Peloponneso ha esattamente la stessa conformazione geografica della “Terra di Atlante”. È una “quasi isola”, attaccata alla terraferma da un piccolo istmo. Cosa vuol dire il termine Peloponneso? Questa parola deriva dal greco Πέλοπος νῆσος (Pelopos Nesos), vale a dire “Isola di Pelope”. Questa è una prova non confutabile che per i greci dei tempi antichi, una “quasi isola” come il Peloponneso poteva essere considerata un νῆσος, o “isola”. Nulla di strano quindi se Solone, e dopo di lui Platone, chiamarono la “quasi isola” del Monte Atlante, o Atlantide, con νῆσος, o “Nesos”, il termine che noi traduciamo con isola nel senso moderno del termine.

Quella era davvero l’Isola di Atlantide? Quella “quasi isola” non può essere considerata “Atlantide” se non supera “l’esame dei cerchi”. Cosa vogliamo dire? Nel suo racconto Platone dice che nelle vicinanze dell’Isola di Atlantide si trovavano 2 strutture uniche nel loro genere. Secondo il racconto, una di queste strutture geologiche naturali era stata creata direttamente da Poseidone, e quindi la chiamiamo “Isola di Poseidone”. Si trattava di una montagnetta centrale, attorno alla quale c’erano 3 anelli di mare e 2 di terra, perfettamente concentrici. Non viene detto nulla riguardo alla sua grandezza. Viene detto che era “sacra”, inaccessibile e disabitata.
ATLANTIDE


La seconda struttura, su cui gli umani edificarono una città, la possiamo chiamare “Isola della Metropoli”. Era una struttura geologica naturale che ricalcava molto da vicino la precedente, ma in questo caso vengono date le sue misure. C’era un’isola centrale pianeggiante ampia circa 900 metri, seguita da 3 cerchi di mare e 2 di terra, perfettamente concentrici. Il totale dell’ampiezza era circa 5 chilometri. Attorno a questa struttura geologica naturale (in cui risiedeva il re e la nobiltà) si estendeva la città vera e propria di Atlantide.

Quante possibilità ci sono di trovare vicino al percorso dell’antico fiume Tamanrasett non una, ma due strutture geologiche naturali formate da cerchi concentrici, una delle quali deve essere ampia 5 chilometri, e avere una specie di isola centrale ampia 900 metri? Direte: “Nessuna!”. Ebbene, come viene detto nel libro “Atlantide 2021 – Il continente ritrovato”, ancora una volta grazie ai satelliti, queste due strutture sono state scoperte proprio lungo il percorso del fiume Tamanrasett.

La prima struttura geologica naturale viene chiamata “Cupola di Semsiyat”. Si trova sull'altopiano di Chinguetti, nel deserto della Mauritania, a 21° 0' Nord di latitudine e 11° 05' Ovest di longitudine. Le sue misure sono esattamente quelle indicate da Platone per l’Isola della Metropoli. La sua ampiezza massima è esattamente di 5 chilometri. Al centro si trova una formazione ampia esattamente 900 – 100 metri, quanto era “l’isola centrale” della Metropoli di Atlantide. Si intravede anche un secondo cerchio interno, esattamente della misura descritta da Platone. La seconda struttura si chiama “Struttura di Richat”, e si trova a circa 20 chilometri di distanza. È ampia circa 40 km, ed è composta da una zona centrale dalla quale partono una serie di “cerchi di roccia”. Ci sono i chiari resti che indicano che una volta quello era un lago da cui affioravano dei “cerchi di terra”. È la rappresentazione perfetta “dell’Isola di Poseidone” descritta da Platone.

Oggi i satelliti hanno mappato tutta la superficie terrestre. Non esistono altre strutture simili sulla Terra che abbiano quelle misure o quelle caratteristiche. Sono “uniche”. Quindi, finché non verrà scoperto nulla di simile in giro per il mondo, in base a tutte le prove fornite dalla più moderna tecnologia, possiamo dire di aver davvero trovato la terra di cui parlava Platone: Atlantide.

Quindi i “misteriosi sacerdoti egiziani” non avevano mentito a Solone, e di conseguenza a Platone, quando gli dissero che ai piedi del monte Atlante, circa 11.500 anni fa, si trovava “una Grande Isola”. Ma questo fa sorgere altre importantissime domande: come lo sapevano? Quale civiltà era a conoscenza di fatti accaduti tra 14.500 e 7.000 anni fa? Questa zona dell’Africa è mai affondata? E che relazione ha “Atlantide” con Nan Madol e il “Continente sommerso” di Sundaland e Sahuland, recentemente scoperto dai ricercatori? Dove sono andati a finire tutti quanti? Il libro “Atlantide 2021 – Il continente ritrovato” risponde a queste domande, basandosi sempre ed esclusivamente su lavori di celebri scienziati, pubblicati su autorevoli riviste come “Science” e simili.

 il libro qui:
ATLANTIDE 2021 – IL CONTINENTE RITROVATO
https://www.amazon.it/dp/B08TVX2J59





sabato 20 febbraio 2021

Un romanzo originale... porta con te un libro

 Donnafugata di Costanza Di Quattro Baldini+Castoldi

Donnafugata  luogo, a due passi da Ragusa, tra carrubi secolari, muri a secco 
campagna . Donnafugata , l'Ottocento,  dominazione borbonica, moti di fierezza popolare e alba della dignità operaia. Donnafugata  casato, tra i più antichi di Ibla,  terra che in  quei giorni incarna gioie, patimenti e futuro. Protagonista barone Corrado Arezzo De Spucches, quasi suo diario privato: da quando scappava bambino da don Gaudenzio ; agli anni in cui, ragazzo, compie gli studi a Palermo e lì fa sua la voglia di rivoluzione; a quelli in cui, marito, padre e poi nonno, vive e invecchia «circondato dalle fimmini», amandole tutte teneramente e sopravvivendogli con il cuore spaccato. Prefazione di Giuseppina Torregrossa.
"Se vuoi davvero non deludere questo vecchio che si avvia verso il tramonto, sii felice."Sono Si entra nella vita di Corrado  spiando la sua vita saltando dalla sua vecchiaia, alla sua fanciullezza, alla sua giovinezza, conoscendone la famiglia, gli amici, la servitù.
Corrado è il Barone di Donnafugata, proprietario dell'omonimo castello, uomo realmente esistito, avo dell'autrice. Un uomo forte, determinato ma anche di gran  che arriva al lettore grazie al suo essere un marito devoto, un padre disponibile, un bambino caritatevole, un amico sincero.
Un padre con cui confidarsi per una figlia segnata da un matrimonio fortemente voluto ma difficile, un capo capace di mettere in primo piano il bene della propria filiera e dei suoi sottoposti prima del denaro; un amico con cui condividere una bella bevuta ma anche confidenze, dubbi; un marito da cui farsi stringere la mano, con cui dormire accoccolati, capace di vedere oltre, di non limitarsi ad essere l'uomo di casa; un nonno presente, a volte impegnativo, ma sempre disponibile e capace di dire e fare la cosa giusta; un barone che non fa pesare al prossimo il suo ruolo e capace di chiedersi perchè una ragazza che lavora per lui non lo guardi mai negli occhi. Non si limita mai all'apparenza Corrado, sa sempre guardare un po' più in là, capire un po' di più, arrivare - con la capacità dell'ascolto - dove altri non arriverebbero.
Il suo rapporto con Micheluzzo, quel bambino affamato cui donò pane e latte, e che divenne il suo migliore amico, prima, e il suo braccio destro, dopo, è un rapporto unico, profondo, capace di andare oltre alle differenze sociali, e capace di affascinare il lettore per tutto lo scorrere delle pagine.
L'ambientazione è quella siciliana del 1800, di Donnafugata  ma anche di Ragusa Ibla , dove il barone ha una dimora importante in cui si reca spesso con la famiglia. Entrambe le dimore sono raccontate  facendocene vivere gli avvenimenti in quei luoghi e permettendoci di assistere alle vicende di vita che vi si svolgono nascite, malattie, incontri d'amicizia, litigi di famiglia,  attraverso una narrazione capace di far emergere il protagonista in ogni suo particolare,  perchè visti attraverso gli occhi degli altri, di quelli che lo amano, che hanno bisogno di lui, che credono in lui.
È un protagonista di quelli che difficilmente si dimenticano, insostituibili. stile scorrevole, arricchito in alcuni punti da vocaboli in dialetto molto comprensibili che creano l'atmosfera dei luoghi
La narrazione in terza persona.
  viaggio lungo una vita, quella vera, quella che a volte dà e a volte toglie. 

sabato 13 febbraio 2021

I SEGRETI DEL PARTENONE...


Alcuni dei segreti del Partenone.
 
 1. La sezione aurea
 Il tempio, con il suo ingresso principale, è rivolto ad est.  La sua lunghezza interna è di 100 piedi attici, cioè 30,80 metri.  Le proporzioni stupefacenti sono espresse in questi numeri.  L'attico che è 0,30803 metri o altrimenti 1 / 2Φ, dove Φ = 1,61803 esprime la Sezione Aurea.  Il numero aureo Φ o comunque il numero 1.618 si trova spesso in natura, nelle proporzioni del nostro viso, del nostro corpo, nei fiori e nelle piante, nell'arte, negli organismi viventi, nelle conchiglie, negli alveari e molti altri. Molti, anche in la struttura dell'universo e le orbite dei pianeti.  La Sezione Aurea, quindi, è una delle più grandi regole per esprimere il Bello.  Il Bello è sempre soggetto a queste regole, motivo per cui la scienza dell'Estetica definisce e insegna chiaramente e correttamente che esiste oggettivamente il Bello, che tende sempre al numero aureo Φ, (1,618).  E più le proporzioni sono vicine al numero 1.618, più bella è la creazione.

 2. Simmetrie matematiche
 L'ultima distanza sinistra e destra tra le colonne (lato est) è inferiore alle altre uguali tra loro.  All'interno del Partenone, invece, in ciascuna delle sue proporzioni, incontreremo qualcos'altro: la sequenza di Fibonacci.  Ovvero, la sequenza in cui ogni numero è uguale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, ecc.  (ogni numero è uguale alla somma dei due precedenti).  Inoltre, il rapporto tra due numeri consecutivi nella sequenza tende alla cosiddetta Sezione aurea, o Sezione aurea, o Numero F.Inoltre, all'interno del Partenone, c'è ovviamente il numero π = 3,1416, che è anche espresso dalla relazione 2Φ2 / 10 = 0,5236 metri.  Le sei barre ci danno π = 3,1416, e se assumiamo che tutto questo fosse noto, cosa direste se dicessimo che in questo edificio perfetto troveremo anche il numero di Neperi e = 2,72, che è approssimativamente uguale a Φ2 = 2,61802 ;  Questi tre numeri sono contenuti in tutta la natura, esistono in tutta la Creazione e niente può funzionare senza di loro.  L'enigma, tuttavia, è grande: i creatori del tempio conoscevano questi numeri e le relazioni tra loro e come sono riusciti a includerli in modo così dettagliato e preciso in un edificio?

 3. La luce
 Il Partenone non ha finestre ed è un enigma tra gli archeologi come fosse illuminato l'interno della navata.  Si sostiene che la luce entrasse da una grande porta spalancata, anche se questo è piuttosto dubbio, perché quando era chiusa, la suora e gli altri servi non potevano attraversarla.  L'opinione che hanno usato torce non sembra essere corretta, in quanto non sono stati trovati segni di fuliggine.  L'opinione generale è che ci fosse un'apertura nel tetto, chiamata "opaion", da cui entrava molta luce.  Se il tetto non fosse stato distrutto dal missile Morosini nel 1669, tutte queste domande avrebbero avuto risposta.

 4. Lo spazio speciale
 Questo antico tempio non è definito dallo spazio circostante, ma al contrario il tempio è quello che definisce lo spazio con un proprio aspetto esterno.  Sembra spuntare dalla terra come se fosse nato dalla roccia su cui calpesta, o come se fosse una meravigliosa estensione del terreno sassoso.  Questo perché le colonne dell'occasione sono così "vive" da dare ritmo e movimento all'architettura.  Il modo e le distanze delle colonne creano una speciale "personalità" delle ombre, che danno allo spettatore l'impressione che si stiano muovendo, o che stiano camminando.  Il tetto del tempio dà anche la sensazione che, nonostante il suo enorme peso, poggi leggermente su tutto l'edificio.

 5. Non ci sono linee rette ma curve
 Nella sua costruzione architettonica, il Partenone non ha una linea retta.  Al contrario, ci sono curve impercettibili e persino invisibili, che danno l'impressione che il pilastro es.  è dritto e completamente piatto.  La curva delle trabeazioni è simile.  Ciò è accaduto perché Iktinos ha previsto e preso in considerazione la naturale imperfezione dell'occhio umano.  Così ha creato l'illusione per lo spettatore che guarda il Partenone da una certa angolazione, che il tempio si alzi in aria.  Le colonne sono note per avere un rigonfiamento (chiamato "intensità") circa a metà dell'altezza della colonna.  Quello che non si sa è che gli assi delle colonne, come la trabeazione con la modanatura, hanno una leggera inclinazione verso l'interno, compresa tra 0,9 e 8,6 cm.  Questa inclinazione significa che se estendiamo mentalmente gli assi verso l'alto, si uniranno a una certa altezza formando una piramide mentale.  Il punto sopra la piattaforma, dove si incontrano le estensioni laterali mentali dei colonnati del Partenone, è di circa 1.852 metri.  Questo, misurato, è stato trovato per creare un volume, che è circa la metà della Grande Piramide di Cheope a Giza, in Egitto.

  6. Terremoto
 Un altro segreto, tuttavia, custodito dai suoi architetti, è la sismicità dell'edificio.  Per venticinque secoli il Partenone, dalla sua creazione non è caduto, non ha subito alcun danno, non ha crepe.  Ciò è dovuto in parte alla sua costruzione piramidale, ma il Partenone in realtà non "calpesta" direttamente sul suolo della roccia nuda, ma su ciottoli costruiti, che sono saldamente legati e costruiti sulla roccia formando in questo modo un livello.

 7. Paradossi non scientifici
 1. Durante il giorno e quando c'è il sole, tutte le stagioni dell'anno, le ombre incidenti che si creano intorno al tempio, mostrano alcune parti specifiche del pianeta.  Per quali segni indicano e cosa significano, viene indagato da esperti e non esperti.  I punti di vista sono tanti e non convergono.

 2. Se qualcuno si trova ai piedi dell'Acropoli, in via Epimenidou e volge lo sguardo verso l'alto, vedrà una persona che viene cancellata sulla roccia.  Da un certo punto di vista si presenta una testa maschile, in cui risaltano le sopracciglia, gli occhi, il naso e la bocca.  La faccia sembra che stia dormendo.  Un gioco della natura o volutamente scavato nella roccia?  Tuttavia, nella letteratura greca antica non ci sono nemmeno indicazioni di qualcosa di simile che sia stato scolpito da mano umana in questo punto della roccia sacra.  Anche Pausania non fa alcun riferimento.  Sullo stesso lato ci sono altre dodici figure, che non sono così evidenti, ma con un'attenta osservazione "emergeranno" dalla roccia.

 3. Molti osservatori hanno riscontrato che sopra l'Acropoli e l'area più ampia del bacino di Atene, durante l'inverno, le nuvole nere e "pesanti" compaiono molto raramente, come in altre aree intorno al bacino e nel resto dell'Attica.  Soprattutto in primavera e in estate, il cielo sopra l'Acropoli è cristallino.  Infatti gli antichi ateniesi, quando volevano fare una previsione meteorologica, non guardavano mai il cielo sopra il tempio, ma volgevano lo sguardo su Acharnes, Parnitha e in un punto preciso, la vetta chiamata Arma.  Arma fungeva da servizio meteorologico, perché se le nuvole cadevano lì, era prevista pioggia abbondante, o se questa parte del cielo era blu, estate.  Inoltre, l'invocazione a Zeus per la pioggia è stata fatta solo con lo sguardo rivolto alla cima di Parnitha Arma, e non all'Acropoli.  "Uguale, uguale, amico Zeus, contro il topo degli Ateniesi e dei campi ..." (Pioggia, pioggia, amico Zeus, sui campi degli Ateniesi e nella pianura).

 4. All'interno del Partenone, il tempio della dea Atena segue l'asse Est-Ovest.  Così, l'ultimo giorno della festa panatenaica (nel giorno del compleanno della dea Atena, il 28 di Ekatombaion - 25 luglio) si è verificato un evento scioccante: poco prima dell'alba, Sirio, la stella brillante della costellazione di Cino, è salito e letteralmente inondato dalla sua luce la statua d'avorio della dea.

Kalispèra Magno Greci. ( E. P)

Arte con il Cellini....

Il #13febbraio del 1571, moriva #BenvenutoCellini, considerato uno dei maestri del #Manierismo. Lo ricordiamo con il suo capolavoro più conosciuto, 'Perseo con la testa di Medusa'. 
Commissionata da Cosimo I de'Medici, la statua che attualmente si trova in #PiazzadellaSignoria a #Firenze, fu realizzata tra il 1545 e il 1554. Durante il #Rinascimento ci furono diversi tentativi di fusione di grandi statue in bronzo in un solo getto. Il Perseo è il più celebre di questi esperimenti ed è costituito da appena tre pezzi. 
Ma la statua ha anche un significato politico: un "taglio" dato da Cosimo I alle esperienze repubblicane, rappresentate dalla testa di #Medusa. Una curiosità? Si dice che il retro dell'elmo indossato da Perseo sia un autoritratto di Cellini. 

venerdì 12 febbraio 2021

POISSANT E LA CASA SUL LAGO... ROMANZO SULLE RELAZIONI FAMIGLIARI

La casa sul lago primo romanzo di David James Poissant, autore della raccolta di racconti Il paradiso degli animali.


 lo scrittore riprende la stessa tematica principale riscontrabile nell'antologia: famiglia e rapporti interpersonali dei membri che la compongono.
In La casa sul lago ecco la famiglia Starling,  padre (Richard), madre (Lisa), due figli maschi (Michael e Thad) e i loro rispettivi compagni (Diane e Jake). I sei membri della famiglia sono rappresentati  dall'esterno e dall'interno, con capitoli basati alternatamente in ognuno dei loro punti di vista.


Sono individui legati tra loro da emozioni, obblighi semplicissimi da immaginare in quanto caratteristici delle relazioni umane, anche se al loro interno, come nella vita reale, vi è un mondo molto più ampio di quanto gli altri possano percepire. E  questo è il neccanismo principale di Poissant: evidenziare una famiglia  nel suo complesso e nello specifico di ogni individuo. Ci mostra quanto ci si riesca a conoscere e, al contempo, non ci si conosca affatto, persino tra persone legate tra loro da decenni. Se ne comprende meglio in.... 

Gli manca suo fratello e come andavano le cose quando erano ragazzi, l'infanzia beata in cui si coprivano le spalle a vicenda e la certezza che uno sarebbe saltato nel fuoco per l'altro, che avrebbe affrontato ostacoli, squali, pagliacci che impugnano una sega elettrica. A che età si perde per sempre quel tipo di amore?


La casa sul lago, titolo e  ambientazione, è il collante di tutte le scene  all'interno del libro. È spesso vista come una metafora di ciò che avviene tra i componenti e, leggendo  opinioni diverse inerenti, si comprende anche la personalità e, soorattutti, lo stato d'animo di ogni personaggio. Come in questo passaggio... 

Sai cosa significa innamorarsi, non di una persona ma di un posto? Del pendio della collina, del cigolio del molo. Del sole e della brezza. Di una V di oche riflessa sulla superficie di un lago. Lisa lo sa.



 .. la vicenda si svolge in un weekend del 2018 (e infatti il testo  si divide  in quattro parti: venerdì, sabato, domenica mattina e domenica sera) e  i sei membri della famiglia trascorrono insieme i loro ultimi giorni nella casa sul lago, che sta per essere venduta.

 inizialmente introspettivo  i primi capitoli introducono i sei personaggi  mostrando solamente una traccia dei loro  pensieri e che faranno  comprendere il quadro generale.  Il libro inizia  con una scena imprevedibile e che, per la sua portata emotiva, farà scaturire forti reazioni. Anche se il romanzo non ha  la propria forza nella spettacolarità dell'intreccio , il lettore sarà portato a leggere velocemente il tutto, perché gli elementi vengono dosati da Poissant con maestria: aggiungendo sempre abbastanza temi tanto  da indurre curiosità. Così con l'alternarsi dei capitoli, lasciamo un personaggio in un momento in cui non avremmo voluto abbandonarlo. Il ritmo di lettura piuttosto veloce.

Per quindici anni erano stati così felici. Felici quanto basta. Appagati, perlomeno, prima che Diane rovinasse tutto. «Le persone cambiano» aveva detto. Michael non ne era sicuro. Diane era cambiata o l'aveva ingannato? Era questo che voleva da sempre?




Ogni punto di vista, in terza persona, è onnisciente e  non mostra solo le azioni svolte ma  anche i pensieri più reconditi del protagonista di ogni capitolo.  personaggi realistici e  difficili da amare incondizionatamente; ognuno di loro può essere giudicato per qualcosa che fa o nasconde e, anche se conosciamo la motivazione dietro ogni loro scelta, sarà probabile che alcuni di loro, se non tutti, facciano arrabbiare il lettore. Allo stesso tempo, sarà difficile poter non tifare per loro: sin dall'inizio il desiderio prevalente sarà il lieto fine (sul quale, ovviamente, non vi svelo nulla).


Proprio grazie alle loro diverse personalità, ambizioni e caratteristiche troverete all'interno delle quasi trecentocinquanta pagine di La casa sul lago, un'incredibile varietà di tematiche: alcolismo, dipendenza in generale, rapporti di ogni genere, lavoro, conflitti intergenerazionali, religione, aborto, arte e molto di più. Ogni argomento è introdotto e approfondito sufficientemente sia per conoscere l'opinione del protagonista del momento, sia per indurci a riflettere sulla nostra. Anche qui, la varietà, la credibilità e la forza dei temi, porteranno il lettore ad immedesimarsi e a provare forti emozioni al riguardo. L'atmosfera, dunque, è facilmente recepita.

«Pensi che la felicità sia ottenere quello che vuoi» dice Michael. «Qualunque cosa vuoi, quanta ne vuoi, quando vuoi». Gli trema la voce. «E se non fosse vera felicità? E se la vera felicità fosse dire 'Fanculo a cosa vuoi tu, e rimanere insieme, anche quando è dura, anche quando non sei più quello di una volta?

All'interno del libro vengono citate opere varie, quali ad esempio il film Cast away, Frankenstein e X-Men, che daranno un tocco di modernità, contestualizzando ancora di più la vicenda.

Ultimi, ma non per importanza, l'ottimo lavoro di traduzione di Gioia Guerzoni e la sua nota del traduttore (presente in ogni libro edito NN Editore tradotto) in cui ci viene raccontata sia l'esperienza di traduzione (avvenuta durante il lockdown) e della sua personale interpretazione del testo.

Ma soprattutto, e questo mi ha affascinata davvero, si sente in questo romanzo la solitudine estrema – "la distanza tra loro è una galassia nera come l'inchiostro" – di ciascun membro della famiglia, che spesso, pur non essendo mai solo, si comporta come se lo fosse. Non dice, finge, nasconde, decide senza chiedere.



In conclusione, ho trovato in La casa sul lago tutto ciò che cercavo.
Capita spesso, con un autore abituato ad un tipo di narrazione, di trovarlo maggiormente inadatto verso una nuova mai affrontata ma questo non è il caso di Poissant che, all'interno del testo, è riuscito ad inserire esattamente ciò che si trova nei suoi racconti, con l'unica differenza che, in questo caso, i personaggi sono tutti legati tra loro e vengono approfonditi per più pagine, cosa di cui il lettore difficilmente si potrà dispiacere. 

È un romanzo che va letto i cerca di interiorità: per quanto non manchino gli eventi importanti, anch'essi propri della vita di tutti i giorni, non è tanto ciò che succede a colpire ma lo fa la verosimiglianza dei personaggi, delle loro relazioni ed emozioni e, anche, dei loro dialoghi che dicono e non dicono, al contempo, ciò che vorremmo. 

Se il destino è guidato dai pensieri, dalle parole, il minimo che Diane può fare, almeno oggi, è stare zitta. Quindi lascia che suo marito le tenga la mano. Sorride. E ci sono molte, moltissime cose che non dice.

Per questi motivi lo consiglio, trovo che sia perfetto letto in una situazione di calma (anche solo apparente), ancora meglio se circondati dalla propria famiglia.

CITAZIONI

Lake Christopher non è fatto per le feste, non è una baia rumorosa. Chi ci abita da tempo ha lavorato sodo per conservarlo così, dopo essere sopravvissuti a decenni di sviluppo edilizio e a due tentativi, uno statale e uno di una grossa società, di espropriazione per pubblica utilità.

Michael dovrebbe essere in acqua a nuotare, ma nella testa gli sembra di avere i pipistrelli. Rimanere sobri vuol dire avere ali che sbattono nel cranio, sonar negli occhi. Ha bisogno di vodka, subito, ma stamattina quando si è svegliato il succo d'arancia era finito e non sarebbe mai riuscito a infilare degli alcolici in barca senza farsi vedere. La sua famiglia può sopportare un sacco di cose, ma non la vodka prima di mezzogiorno.

Sua moglie non è grassa, ma non è più come la ragazza sulla barca. Vorrebbe tanto che lo fosse e sa che questo desiderio potrebbe farlo rientrare nella categoria dei maschilisti. Non vuole diventare come quelli che vogliono la moglie giovane e in forma. Ma non volere qualcosa non diminuisce il desiderio. Gli manca la giovinezza, sua e di sua moglie.

Quegli occhi. Ama quel ragazzo. Jake gli ha spaccato il cuore a martellate centinaia di volte, ma è lui che gliel'ha permesso. Puoi incolpare il martello solo fino a un certo punto, poi la colpa è tua se non ti sei scansato.

I suoi colleghi d'università troverebbero questa procedura scomoda, pericolosa, ma sono anni che lui lo fa. È una cosa del North Carolina e Richard la capisce. Questa è la sua gente. È nato nel Sud, sarà sempre del Sud. Nessuna cattedra, nessun dottorato può cambiarlo.

Non è pedante. È una donna di fede, ma del tipo progressista, vivace, "Dio è amore", non la versione che si scandalizza per le parolacce o pensa che si possa bruciare all'inferno. Ma la casa sul lago è sacra. In questo si può dire che sia quasi ecclesiastica. C'è un tempo per maledire e un tempo per trattenersi. Un luogo per la rabbia e uno per la pace. Per lei, questa casa è sempre stata un luogo per la pace.

Tutto rimane taciuto: nessuna offesa, nessun bisogno di dire la verità. Meglio fingere, fare pace, andare avanti. Meglio vivere e morire con i segreti che ogni famiglia mantiene.

SINOSSI UFFICIALE

Come molte famiglie americane, gli Starling vivono ai quattro lati del paese, ma d’estate si ritrovano nell’amata casa sul lago, in North Carolina. I genitori, Lisa e Richard, stanno per andare in pensione dopo una lunga carriera alla Cornell University, e vogliono vendere la casa per pensare al loro futuro. Questa decisione spiazza i due figli, Michael, commesso in un negozio, e Thad, aspirante poeta. Insieme alla moglie Diane e al fidanzato Jake, i due fratelli raggiungono i genitori per l’ultimo weekend nel luogo del cuore della loro infanzia. Ma quando un bambino annega davanti agli occhi di Michael, che tenta con tutte le forze di salvarlo, ogni personaggio si trova costretto a esplorare l’abisso delle proprie paure e debolezze. In soli tre giorni, segreti, dipendenze, infedeltà e rancori erompono e stravolgono gli equilibri degli Starling.Dopo Il paradiso degli animali, David James Poissant torna con un romanzo sull’America di oggi, e con uno sguardo lucido e compassionevole osserva una famiglia capace di ferire ma anche di perdonare senza riserve. La casa sul lago non racconta l’amore come una materia cristallizzata e immutabile, ma come un sentimento che si trasforma nel tempo, impetuoso e imprevedibile, a cui affidarsi senza opporre resistenza.Questo libro è per chi riconosce d’istinto un nodo ben fatto, per chi guarda la luna scalare il cielo, una notte dopo l’altra, per chi vorrebbe raccontare il futuro in anticipo, e per chi ha capito che un lungo amore non è una danza verso vite divise, ma un pianeta raro che resiste al tempo solo se chi lo abita sa dire la verità.