giovedì 10 aprile 2014

'Gna Ava ed il suo autore Jovine, la mia Tappa per il Giro d'Italia Letterario

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 ...APPUNTAMENTO CON JOVINE



Ci si chiede ancora come è possibile che uno dei romanzi più importanti della nostra storia risorgimentale e della letteratura italiana del Novecento sia finito per tutti questi anni nel dimenticatoio?
Uscito nel 1942 e poi nel 1967 nella collana pedagogica della Einaudi a cura della moglie Dina Bertoni, Signora Ava di Francesco Jovine (1908-1950) è uscito in una nuova edizione Donzelli per iniziativa di Goffredo Fofi che ne ha firmato l’introduzione in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. 

 Frutto di un  lungo lavoro  (Jovine lo terminò nel 1929, ma fino alla pubblicazione lo sottopose a un preciso cesello di revisione al fine di far aderire la materia trattata al giusto linguaggio), il romanzo è ambientato a Guardalfiera, una cittadina del Molise di 2000 anime e 10 preti, alla vigilia dell’Unità d’Italia e alla fine del regno borbonico. 
http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/a_captive_audience.jpgLa “Signora Ava” del titolo è una figura leggendaria del folclore molisano,  simbolo di tempi lontani, passati per sempre, direi  favolosi.Il romanzo è diviso in due parti, ognuna composta da 15 capitoli non numerati. Nella prima parte si tratta della vita quotidiana del piccolo borgo, che scorre placida, scandita dai ritmi della terra, tra occupazioni contadine, beghe di paese, storie che si intrecciano mentre le notizie del mondo esterno giungono raramentee solo  approssimative e distorte. Lo scenario è quello della grande casa della famiglia de Risio,  piccoli feudatari locali. Al centro c’è don Giovannino, detto il Colonnello, direttore e insegnante della scuola privata frequentata dai giovani rampolli della zona. Protagonisti sono però Don Matteo, un prete di campagna, contestatario e dai tratti poco legati al suo ruolo, malvisto dai sacerdoti del circondario, che qualcuno ha voluto accostare a Don Abbondio, ma dal quale si discosta per maggiore volontà, e Pietro Veleno, giovane contadino e “servo” della famiglia de Risio, orfano di padre e innamorato della coetanea Antonietta de Risio. Il loro sembra tuttavia un amore impossibile, date le differenze sociali: Pietro fa parte della categoria dei “cafoni” mentre Antonietta di quella dei “galantuomini”.

Nella seconda parte la Storia irrompe nel racconto, movimentando e sconvolgendo il ritmo pacato di vita degli abitanti di Guardalfiera. Si ode l’eco lontana dell’impresa dei Mille di Garibaldi, mai citato. Si sa solo che c’è la guerra di un re “straniero” che combatte contro Francesco I di Borbone. Molti giovani partono, anche Pietro Veleno e un suo compare Carlo Antencci, unendosi alla banda dei ribelli guidata da Sergentello, un soldato del disciolto esercito borbonico, che combatte la Guarda Nazionale piemontese. Pietro impara a uccidere, rubare, saccheggiare persino un convento dove ritrova Antonietta. La conduce con sé. La vita alla macchia  porta a fa maturare l’amore tra i due giovani che sperano di poter fuggire e raggiungere il franco Stato Pontificio. Ma intanto l’esercito piemontese avanza inesorabile.
Se prendiamo il punto di vista dei paesani, che nulla sanno di quel che accade oltre i confini del proprio territorio, il romanzo rievoca in chiave favolosa un’epoca antica nella quale affondano le radici i problemi storico- sociali che hanno travagliato e tuttora travagliano il Meridione, mediante  una scrittura frammentaria di tendenza verghiana che però risente anche della contemporanea ondata  neorealista.

 
 
DOVE SI TROVA LA GRANDEZZA DEI QUESTO AUTORE??

La grandezza di Jovine, figlio di un agrimensore emigrato in Argentina, si trova nel mostrare la casualità della Storia, secondo la lezione di Tolstoj, nella quale i personaggi vengono travolti dai fatti. La stessa ribellione di Pietro Veleno, a differenza di Luca Marano, protagonista dell’altro romanzo, forse più noto, dell’autore, Terre del Sacramento, non deriva da una maturazione politica e sociale, ma da circostanze esterne, estranee alla sua volontà. 

... FRANCESCO JOVINE, LE SUE STORIE,  I SUOI PERSONAGGI

Francesco Jovine appartiene al numero di quegli scrittori italiani spesso  definiti «minori». L’oblio in cui è caduto il suo romanzo Signora Ava appare ancora più inspiegabile se si pensa che da esso Antonio Calenda trasse, negli anni 60, uno sceneggiato televisivo con Amedeo Nazzari che ebbe un discreto successo.
Si deve ringraziare il periodo delle  celebrazioni per l’Unità d’Italia (e l’editore Donzelli) se questo romanzo ha abuto ancora visibilità ....
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http://3.bp.blogspot.com/-t7J0H_Nu1qM/Undlrh7eBqI/AAAAAAAAAmU/cMYXI0Gj_-U/s1600/001+Di+Fiore.jpgSignora Ava è un romanzo che colpisce per vari motivi prima di tutto  linguistici:  struttura  semplice e immediata ,  scelta delle parole ricca e poetica. Mi ricorda, dal punto di vista espressivo, alcuni visi ritratti da Carlo Levi che, in poche pennellate, racchiudono intere storie.
Inoltre attrae per la vividezza con cui sono descritti i personaggi, anche quelli minori. Alcuni sono figure simili a quelle tramandate dalla letteratura verista o, forse, addirittura dalla commedia dell’arte: il ricco che rischia di morire perché ha mangiato troppo, il medico incapace di cui nessuno si fida, il prete avido.
Sia i galantuomini che i contadini sono tratteggiati con molta efficacia che, leggendo, è quasi impossibile non attribuirgli mentalmente un volto, una voce, un modo di muoversi.
Jovine riesce nel rendere questi personaggi e queste storie, potenzialmente uguali a mille altri, unici, avvincenti e interessanti per il lettore. 




Uno dei  personaggi  che, al contrario di quasi tutti gli altri, si rivela decisamente originale è don Matteo, prete di second’ordine di Guardialfiera, piccolo paese del Molise di cui Jovine è originario e in cui si svolge la maggior parte della vicenda.
Nel paese ci sono a stento duemila abitanti ma almeno dieci preti che lottano ferocemente tra di loro per la conquista del maggior numero di fedeli. Ciò che emerge non  è un insano orgoglio a guidarli ma la necessità di sopravvivere: più fedeli significano più offerte e quindi più cibo e più denaro.
Don Matteo, emarginato dai colleghi canonici più influenti, è una figura assai lontana dalla spiritualità e sicuramente agli antipodi dell’ascetismo. Pensa troppo alla gola, ai beni materiali e a non ben precisati altri peccati citati in una lettera anonima. Infine è collerico e non ha abbastanza rispetto per l’autorità. La sua imperfezione e la sua incoerenza me lo hanno reso  simpatico e  proprio attraverso di lui si seguono le storie degli altri personaggi.
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Ogni lettore può scoprire o riscoprire il mondo dei contadini, legato ai tempi e alle regole della terra,  governato da una saggezza popolare che si fonda su credenze magiche e sugli insegnamenti di creature mitiche, come la stessa signora Ava che dà il titolo al romanzo; storie e leggende che sempre si sono raccontate e sempre si racconteranno.
Per questa ragione
il giovane Pietro Veleno – ragazzo intelligente e onesto, pupillo di Don Matteo – quando si accorge di provare attrazione per la sua coetanea e padrona Antonietta Di Risio, ricaccia indietro quel sentimento. Pur essendo consapevole che esso è ricambiato, un legame tra loro due appare, al ragazzo, semplicemente impossibile.
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Ma le cose cambiano profondamente quando anche a Guardialfiera arrivano gli echi della rivoluzione. Un “re straniero” pare abbia tolto dal trono Francesco di Borbone. Non ha a caso si parla di echi. In quel piccolo paesino all’estrema periferia del Regno di Napoli, è difficile comprendere, e comprendere tempestivamente, cosa stia accadendo. Le voci parlano dell’esercito di un certo Gariobaldo che porta più benessere e giustizia per i contadini. Inizialmente il paese si rallegra e considera l’insediamento del nuovo re cosa fatta. Ma poi arrivano le truppe borboniche per reprimere le rivolte e i nobili, spaventati, denunciano i contadini.
Pietro è costretto a scappare per unirsi alle camicie rosse. Ma, per una pura casualità, si ritroverà invece a combattere con i borbonici.



Anche se la prima parte del romanzo è volutamente statica, la seconda segue la vita selvaggia e violenta a cui Pietro è costretto per sopravvivere, prima da soldato e poi da brigante.
http://image.slidesharecdn.com/ilmolise1-120410034017-phpapp01/95/slide-1-728.jpg?cb=1334048066Il Risorgimento raccontato da Jovine è un Risorgimento disperato, imposto, una lotta smitizzata in cui spesso chi combatte non ha la minima idea di quale sia “la sua parte” e, di sicuro, non ha in cuore altro ideale che non sia uccidere per non morire.
Abbrutiti e disillusi dalla guerra, alcuni dei personaggi di questa storia breve ma intensa riscoprono una necessità di purezza e di riscatto. Persino don Matteo sembra, infine, crescere e trovare il modo per essere davvero strumento di Dio e per aiutare gli uomini a guadagnare un po’ di pace sulla terra.
Il finale drammatico consacra, secondo me, Jovine tra i grandi scrittori italiani del 900.
Un libro che ho avuto l'occasione di analizzare secondo altre angolazioni per questo Giro d' Italia letterario e che consiglio di  leggere per sentire un' altra voce che racconta una delle tante verità sulla nascita dell'Unità d'Italia.




PER 30 SETTIMANE....DI LIBRI UN LIBRO TRA LE MANI, I FUOCHI DEL BASENTO, #22

DOPO QUALCHE TEMPO DI "STASI" ECCO DI NUOVO   LA RUBRICA 

PERIODICA...LEGGERE PER...

UN LIBRO TRA LE MANI


... IL LIBRO CHE HO TRA LE MANI... IL ROMANZO “I FUOCHI DEL BASENTO” DI  R.Nigro



PERCHE' QUESTO ROMANZO ???

RIPRENDO L'INCIPIT DI QUESTA INIZIATIVA E RISPONDO NON AD UNA
  
MA A UNA SERIE DI DOMANDE


1- PERCHE' QUESTO ROMANZO

http://www.lascuoladelfare.it/SETTIMANA%20LETTURA%202011/Incontri%20di%20carta_LIBRO.jpgFin dalla prima volta in cui l' ho letto, parecchio tempo fa preparando una lezione per un Laboratorio di Lettura da proporre a miei  giovani studenti, mi hanno soprattutto affascinato i fatti narrati, un viaggio nella storia della Lucania, in particolare delle terre intorno all'Ofanto, con Pasquale Nigro che, sul finire del Settecento, raccontava ai figli e ai nipoti le gesta del brigante Angelo Del Duca, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, e poi con il figlio Francesco Nigro, il cui sogno era quello di riuscire a leggere e a scrivere e aveva nel sangue, come altri discendenti della famiglia, la musica dei cantastorie, ma che presto, rivoltatosi contro i padroni, si troverà a fare il capobrigante. 

2- QUALE AMBIENTAZIONE ?

http://www.homolaicus.com/storia/moderna/brigantaggio/images/44.jpgL'ambientazione è quella del periodo che vide l'invasione del Regno delle Due Sicilie di re Ferdinando I ("re Nasone") da parte dei francesi di Napoleone, guidati dal generale Pallavicino. Questa guerra, con il continuo reclutamento di giovani per organizzare "un imponente esercito straccione", e contrastare il forte ed inarrestabile esercito francese, è lo fondo della storia narrata. In mezzo stanno i briganti, e i fuochi richiamati dal titolo sono, in principio, i fuochi dei bivacchi dei loro leggeri e fugaci accampamenti e, poi, quelli dei viaggiatori che attraversavano quelle terre, o dei due eserciti che si fronteggiano, o dei disertori alla macchia sui monti per non finire a combattere in Siberia. Quando re Ferdinando decide la fuga, il vento francese della libertà incoraggerà i primi coraggiosi a rivendicare le terre dei latifondi ("Ci si camminava col cavallo per giornate intere senza mai sconfinare, da dove nasceva a dove moriva il sole") e affrancare i contadini "dalle servitù, dalle decime, dai terraggi." Francesco Nigro, "il generale", che non ha mai abbandonato la sua passione per i libri di cui va facendo incetta nelle sue scorrerie, decide di schierarsi dalla parte degli insorti.


3- COME L'AUTORE ESALTA LA STORIA NARRATA?

Anno 1862Il romanzo "I fuochi del Basento" conferma e moltiplica, con la potenza e la suggestione delle grandi storie, l'autorevolezza dell' autore, che ben si inserisce, a mio avviso, nel filone della grande letteratura meridionalista, che ha visto fiorire opere quali, ad esempio: I Malavoglia, I Viceré, Fontamara, Cristo si è fermato a Eboli. In sostanza si allinea con i miei scrittori italiani preferiti, Levi, Pirandello, Sgorlon e Abate.Emblematica la descrizione, al capitolo 27, della morte di mamma Teresa Parlante Nigro, la quale riesce a raccogliere e rimembrare tutti i secoli che hanno segnato una donna del Sud e difficilmente se ne legge una eguale per forza di immagine, per suggestione, tenerezza; nonché il matrimonio di Teresa Addolorata, con quel superbo rituale antico: la sposa "Per otto giorni non sarebbe uscita di casa, perché nessuno leggesse sul suo volto i segni del peccato."
Anche la figura del cardinale Fabrizio Ruffo, che comanda l'esercito di re Nasone, a poco a poco giganteggia nel romanzo, affiancandosi a quella leggendaria di Francesco Nigro. Sono i loro movimenti, le loro conquiste di paesi e città, i loro saccheggi per le terre del Basento a riempire di fuochi e ad illuminare quell'epopea di uomini e di avvenimenti, che non manca di destare stupore come fosse ancora presente e viva, grazie ad un uso sapiente di termini dialettali, una pagina di storia lontana come ad esempio questa descrizione: "Nella strada polverosa passò una squadra di mietitori. Scalzi e laceri come sono i braccianti della Puglia. Riposato su un asino li guidava il caporale, si difendeva dal sole con un ombrello e aveva l'orcio fresco nella bisaccia." 



4- ALTRE SORPRESE NELLA LETTURA?

http://www.calitritradizioni.it/foto/crocco.jpg
BRIGANTE CROCCO
[I-fuochi-del-Basento.jpg]Il libro ci riserva altre sorprese anche con nuovi personaggi come Carlantonio, il figlio di Francesco, vendicativo e spavaldo, finito anche lui nel brigantaggio come il padre. Le bande di briganti, che attraversano le terre del Basento, e ora si schierano coi francesi ora coi borboni, secondo il tornaconto, oppure si scontrano tra loro per rubarsi il bottino di un'imboscata, e, infine, sono combattute sia dai francesi del generale Manhes che dai borboni di Federico Filangieri . Tra Filangieri e Carlantonio vi è una questione privata da regolare,(un altro dei motivi di interesse di questa complessa trama), sono qui veicolo di una esistenza dove legalità ed illegalità diventano parole senza senso e solo viene riconosciuta la forza bestiale della prepotenza e della sopraffazione: "aveva quindi sospeso i prigionieri agli ippocastani per i piedi e li aveva lasciati ad asciugare al sole." Il brigante Taccone, altra figura trista e imponente, presso il quale Carlantonio troverà asilo nella sua fuga, viene accolto nei paesi come un re: "Taccone re di Calabria e Basilicata e generale comandante di una truppa di trecento e passa uomini." Tempi, difficili in cui nessuna pietà, nessuna attenzione per i deboli, i codardi e le donne, le stesse spose dei briganti, da questi profanate e umiliate, subendo spesso in silenzio: "C'è Palomino in giro, con dieci uomini. Attacca le case di campagna, fa razzia di donne e le porta in Puglia, in certi mercati di prostituzione." Anche con costui "il generale" Carlantonio Nigro dovrà saldare un conto. E in questo grande affresco storico fanno capolino come in una parata ben quattro sovrani, da re Nasone a re Bombetta, insieme al sottile filo- anche se nascosto sotto una grande rassegnazione - dello spirito indomito di queste martoriate popolazioni, che ogni tanto riemerge , abituate istintivamente alla rivolta, non importa contro quale padrone: "Tommaso Campanella e La repubblica del Sole qui hanno molti proseliti." 
Alcuni personaggi, tuttavia, s'incaricano di fare la differenza e di dare una straordinaria levità ad una storia che altrimenti sarebbe - prostrata la povera gente perfino dal colera - solo cinica e beffarda: Pietropaolo ("comandato dall'angelo a seguirvi, tutti di casa, nel bene e nel male"), zio Luigi ("Agitava le braccia nel vento e tracciava dei segni"), Raffaele Arcangelo ("il generale dei poveri"), Maria Fonte di Bene ("figlia del faggio e di una lepre, figlia di un lupo e di una felce?"), che è la moglie di Vitodonato e madre di Bartolomeo, l'ultimo Nigro che appare nel romanzo e che riprende il nome di un antenato vissuto nel 1600, infine, davvero mirabile, un vero tocco di grazia, la presenza, di guida e di conforto, dei morti: "Andiamo, don Francesco, finché brillano i cerogeni - disse don Tommaso. Ma teniamoci vicini. Ho da raccontarvi degli anni che non avete visto."


5- COSA DIRE SULL'AUTORE?


Raffaele Nigro nasce a Melfi il 9 novembre 1947. Giornalista e autore di studi sulla cultura e la letteratura delle regioni meridionali, si impone all’attenzione di critici e lettori con questo romanzo d’esordio "I fuochi del Basento" - 1987, Premio Super Campiello, che diventa rapidamente un 'caso letterario': vite parallele di personaggi quasi plutarchiani! Il brigantaggio meridionale da Mammone e Fra Diavolo a Crocco e Ninco Nanco è il contesto delle vicende narrate, ma l'autore solleva sul piano epico le gesta dei briganti del Sud, evocandone la tipologia, assai ricca, dal verghiano Gramigna allo ioviniano Pietro Veleno protagonista della "Signora Ava".
Così nella letteratura ritorna la storia, una storia meditata, viva e palpitante, sociale... Ne vien fuori la chanson des gestes di una gente diversa, una moltitudine subalterna... insomma il romanzo di Nigro è un grande affresco della società meridionale nelle sue coordinate essenziali: folklorico-popolare, religiosa, intellettuale. Di esse le prime due interagiscono e vivono, nell'opera, in stretta connessione fra loro. Prevale una sorta di arcaismo religioso e il mondo soprannaturale è complementare a quello della storia: entrambi si incontrano tra tradizioni popolari e superstizioni...


Quando Raffaele Nigro dalla Breve iscrizione sulle prime pagine del romanzo “Fuochi del Basento” fa dire a Rocco Scotellaro: "L’uomo che seppe la guerra e le lotte degli uomini / imparò dal fascino della notte / il chiarore del giorno" – 1- , si pensa che voglia dare una traccia di lettura delle vicende vissute nel suo romanzo da uomini di quattro generazioni.



1. Cfr. R. Nigro, I fuochi del Basento (Milano, Camunia, 1987). Tutte le citazioni sono tratte dalla menzionata edizione. I numeri tra parentesi indicano le pagine.



6- QUALI E QUANTI CONTESTI?

Tracce che scavano nella lunga notte del popolo meridionale, con le sue arretratezze feudali ed ingiuste ed individua la serie di "guerre e di lotte", di speranze e di sogni che porta luce in quel periodo oscuro con il suo  fascino. Un popolo che partecipa alla sua storia grande o piccola che sia, tutto  avvolto in un’atmosfera di mito in cui figure ed episodi sono simboli di passioni e debolezze, squallore ed indigenza fino alla trasformazione in narrazione epica.
Interessante l’affermazione dello studioso meridionalista Giustino Fortunato: "Siamo quel che la razza, il clima, il luogo, la storia [...] hanno voluto che fossimo" -2- per considerare che, se pure l’uomo di Nigro vive in un ambiente, in cui natura e cultura sono legate da reciproci pesanti condizionamenti, riesce egli a non esserne completamente sopraffatto. 

2. G. Fortunato, Le cooperative di credito nel Mezzogiorno in Il Mezzogiorno e lo Stato italiano (Firenze, La Nuova Italia, 1926), p. 56.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/f8/Gfortunato.jpg/200px-Gfortunato.jpg
G. FORTUNATO
Ho analizzato quanto questo uomo sia improntato dall’habitat e quanto la realtà sociale e storica gli tolga autonomia perché il suo impegno coraggioso possa essere colto nella giusta luce.

La  conoscenza della realtà- reminiscenza del nostro uomo - egli contadino, bracciante , pastore- porta a considerare la natura selvaggia del sud che rende rudi: implacabile, come "il sole che picchia senza risparmio sulla terra dura e arsa", soffocante, come "l’afa che sfa le carni ed uccide di pula e moscerini" (p.102), infida, come le sabbie mobili e gli acquitrini che si nascondono "tra tofe e felci" o come "i boschi lucani", dove "se ti perdi sei morto".

E questa natura partecipa agli eventi più intimi degli uomini, vive nei loro sogni accompagnandone i pensieri, ricca di presenze, e alla natura stessa si chiede un segno per il futuro, riparo, sostentamento. E' una natura che accompagna al lavoro i braccianti "scalzi e laceri" col sole che batte implacabile sulle schiene", accoglie i pastori nel loro vagare "per sterpaglie e acquitrini, tra luoghi infestati di zanzare, vipere, mosche, tafani" (p. 111), è avara e difficile col contadino, ostile con chi passa, il rapporto con lei diventa "una lotta crudele" e "fierissima", "una lotta di cui l’uno e l’altra portano indelebili tracce dolorose" – 3 - , come suggerisce Fortunato.

  3. Ibidem, p. 58.


Questa gente costretta a vivere tra due nemici, la natura arcigna e l’uomo sopraffattore (di qualsiasi genere), sceglie la prima, se la fa amica, la considera protettrice dei suoi diritti.

In sostanza il brigante si abbandona nelle sue braccia "nella macchia del demanio", tra gli acquitrini, "nell’immensità di vigne, boschi incolti, pascoli"; accetta la sua dura legge nelle marce di spostamento, nelle fughe o negli inseguimenti ("tra siepi di sambuco e felci che s’intricavano e diventavano macchione di acacie e querce", p.195) "nella sterpaglia" che "sollevava polvere e accresceva la sete", tra "rovi, finocchi selvatici, ferle" dove le "pietre calcaree bianche come teschi" erano rifugio "di vipere e impastoravacche", p.105; vi depone i suoi segreti e suoi sogni ("voleva governare una corte speciale costruita tra alberi, siepi, uccelli, radure e fiori", p.121); la padroneggia.

.... la dura vita dei brigante tra i monti:

Sono giorni di fatica e di batticuore quelli del bandito. Quando latrano ì cani pastorini e squilla la tromba della guardia civica bisogna alzare il tacco. Una banda di sette uomini ha turni di guardia molto frequenti e leva il campo di fortuna in un batter d’occhio. Si getta erba bagnata e terriccio sui tizzoni dove si sono arrostite due patate, un passero, se va bene una gallina, e si fugge verso il cuore degli intrichi, tra le canne e gli acquitrini, a cavallo chi ne ha uno, a piedi gli altri, con la tromba, i comandi, le schioppettate nelle orecchie, la morte dietro la nuca. Nelle ore di riposo si disegnano per terra agguati, progetti di rapina, oppure si dorme, portati al sonno dalle cicale e dalla cornacchia, dal ronzio dei tafani che dissanguano le bestie.(p. 24).


Ma questi monti accolgono anche:

...assassini. Si muovevano sotto grandi alberi, tra felcioni e valeriane. Intercettati spesso dal regio esercito per valloni scoscesi e strapiombi, vivevano in continuo viaggio a piedi o con muli, si nutrivano di erbe e selvaggina, sempre all’erta… Nella Sila si erano rifugiati ricercati dalle gendarmerie, intellettuali infiammati da utopie, gaglioffi (p. 28).


7- ... IL RUOLO DELLA NATURA?

Natura amica e nemica, soprattutto elemento di questa umanità meridionale e  questa simbiosi tra uomo e natura si coglie nel romanzo concretamente, nella figura di Maria Fonte di Bene, la bimba trovata "all’esterno del muro di cinta" della Casa del Preziosissimo Sangue "in un cestone di salici e ginestre", quasi prodotto della terra. Eccola "impastata di legno e fango", e appena ne ha la possibilità comincia a "sgaiattolare da sé e non solo di giorno"; ribelle a tutto ciò che la limita, vive "su di un acacio" fuori la Casa che l’accoglie, unico legame col mondo degli uomini. Come "uno strano uccello", affiorando "dal folto del fogliame", appare a Vitodonato Nigro: "un incrocio tra una ninfa ed un gatto". La ninfa attrae il giovane "tra rovi" e "felci", fugge verso l’Ofanto "nella piana luminosa" e poi ancora nella "macchia", e i due vivono nella natura come l’uomo all’alba della storia, lui fuggendo il tradimento degli uomini, lei apparendo sempre più "figlia del faggio e di una lepre, figlia di un lupo e di una felce"; e, quando dovrà regolare la sua unione col giovane secondo la legge degli uomini, ella ancora fuggire perché sente che non ha tra loro le sue radici: "era l’Ofanto il suo progenitore, l’acqua che scorreva nella macchia di pioppi e di olmi" (p. 230).
Il frutto di quell’unione, Bartolomeo Nigro, ricorderà nel nome del nonno – antica stirpe- di questa famiglia di braccianti, in lui vivrà l’eredità del padre, patriota deluso e della madre, figlia dell’Ofanto, anche lui un simbolo.




8- ... E QUELLO DELLA CULTURA?
Altro elemento che impronta questa gente, è la cultura, quel nerbo cioè che ne fortifica la vita, sostiene il presente perché possa realizzarsi la promessa del futuro.
Nel dipanarsi delle vicende del romanzo ho notato la tensione verso il futuro che qualifica il mondo dell'autore non chiuso in forme arcaiche di comportamento pur se da esse tratteggiato.
È il caso della vicenda di Teresa Addolorata cui tutti passionalmente si partecipa come in un dramma greco fino alla catarsi finale cioè il rispetto della legge ("prima l’onore e poi l’amore), frutto di quella tradizione che assicura il futuro. Dopo di che la stirpe può continuare e Vitoantonio, figlio di Carlatonio Nigro che ne aveva ricostituito l’onore, sarà erede legittimo.
http://www.ondadelsud.it/wp-content/uploads/2010/12/briganti.jpgLa stessa tensione verso il futuro si individua nei racconti "delle sere d’estate e d’inverno", nei quali gli anziani consegnano le tradizioni del passato ai giovani; o nel legame dei morti con i vivi, che si realizza nei sogni e si materializza, allorché vi è pericolo o forte tensione emotiva, nelle apparizioni, che Carlantonio giustifica come “ la raggiera incendiata del sole", suggestioni, ma che in sostanza significano il necessario rapporto passato-presente-futuro di cui si è detto.
Mi sembra che quei sogni, quelle apparizioni, proprio perché sostengono l’uomo nei momenti difficili segnandone le svolte della vita, proprio perché si muovono nel tracciato della religione della stirpe e nella conferma della tradizione, offrono epicità agli eventi. Né posso affermare in modo azzardato che essi, insieme agli altri episodi, come le stimmate di padre Raffaele Arcangelo, rappresentino il passaggio dalla magia, attraverso il cristianesimo, al "senso delle possibilità dell’uomo" 
-4- approdando alla moderna psicologia del profondo.
 4 - E. De Martino, Sud e magia (Milano, FeItrinelli, 1983), p. 96.


9- LA MAGIA...?

Credo che non si possa cogliere, nel mondo de I fuochi del Basento, diffuse forme di bassa magia, anzi tutte le espressioni della mentalità pagano-magica, di cui sono eredi più saldi le masse contadine del sud, sono vissute con disincanto, qualcosa con cui bisogna convivere e che comunque si cerca di dominare. Eccone un esempio nell’episodio dei tarantati a cui assiste Carlantonio:

Li accompagnava uno stuolo di contadini e contadine con mandole flauti traccole e tamburi. […] Più che ballare si arrotolavano al ritmo di una pizzica pizzica. […] Aveva fissato le bocche dei malati per scorgere il diavolo che abbandonava i corpi: non lo si vedeva mai. "Bisogna essere diavolo e non farsi domare. Allora spaventi anche il diavolo", stava pensando (p.118).

Il ricorso agli scongiuri, ai "mali spiriti" oppure le varie credenze appaiono come il frutto di un’antica saggezza mediante la quale affrontare la vita, e con i proverbi, i detti, le massime di cui è ricca la quotidianità, costituisce il sapere essenziale che fa da guida, spiega, giustifica, educa, e che insieme alle storie di giovani virtuosi e santi, forma la base affettiva e dottrinale dell’educazione dei giovani.
Ed accanto alla magia diremmo superficiale, ecco convivere il colorito cristianesimo meridionale delle stimmate di padre Raffaele Arcangelo, venerate come i santuari del Gargano o di Montevergine; ed anche gli esperimenti di padre Paolino Tortorelli, lo scienziato della natura che viene scagionato da un’accusa di stregoneria.
Una cultura perciò che non ostacola la speranza.



10- COME ENTRANO LE VICENDE NEL TESSUTO DELLA STORIA?

Terzo elemento da prendere in esame, le vicende che mai sono fuori della storia e agli uomini che le improntano.Il romanzo ha un andamento epico e sono stati chiamati in campo i narratori latino-americani e Garcia Marquez in testa per carratterizzarne la saga di una famiglia sullo sfondo della storia. Ecco Angiolello Del Duca, il giustiziere sociale, gigante buono che difende i deboli come il fiume Ofanto nutre la sua terra arsa; e tutti se ne tramandano le gesta. L' eredità la raccoglie Francesco Nigro e poi, in altro modo, suo figlio Raffaele Arcangelo.
http://www.settimanadeibriganti.it/Portals/0/brigantecostume300.jpgInsieme a loro ancora tanti, contadini o no, schierati ora con i giacobini o con i sanfedisti, ora con i liberali o con i borbonici, esprimenti la voce di un popolo che chiede giustizia e si fa giustizia, gente sfruttata e lasciata sola, che affronta l’ urgenza dei bisogni primari manifestandosi indomita e coraggiosa, le cui atrocità innegabili ("la furia dei cafoni è meno controllabile di quella dei liberali", p.171), quando non sono il riflesso della crudezza dell’ambiente o della "vita che avvelena," non si mostrano peggiori di quelle che la guerra giustifica. Non un gregge, dunque, ucciso dall’accidia, uomini, semmai disviati dall’ignoranza che rende "testardi", incapaci di "alzare la testa", divisi ("ci dividiamo, alcuni drizzano la spina dorsale e sono per la repubblica, e altri restano piegati e sono per la schiavitù" [p.79]), costretti ad ammazzarsi "come capretti", ma che portano nella lotta la dignità della fede che chiede rispetto; a cui vengono fatte promesse ("scuole, strade, sicurezza sociale", p.107) sempre tradite, dal cardinale Ruffo e da Murat ("il cardinale [...] promise la terra e poi ce la negò, Re Gioacchino ce la promise e ce la negò ancora", p.189) da re Ferdinando ("Dove stanno le scuole promesse? Le strade, la distribuzione delle terre ai contadini, la bonifica degli acquitrini o delle marrane, l’allentamento dei pesi?"), da Francesco II.
  
Uomini che sono comunque sempre presenti nelle guerre che attraversano la loro terra ed entrano nei loro campi portando distruzione e morte.
Tra questa gente c’è chi ha trovato un modo per lottare contro le prepotenze ("il brigante è come il nibbio e il falchetto, gira largo sulle alture e quando cala c’è una vipera a prendersi il sole", p.99) o per sfuggire a mire che non si comprendono ("meglio un brigante in casa che inutile eroe in contrade straniere, p.148), ma anche c’è chi è spinto solo dal desiderio di ricchezza ("dichiarò apertamente che la sua strada si muoveva non verso la gloria, ma verso il benessere, verso oro e ducati", p.32) e ci sono "braccianti e pescatori braccati dai debiti": un fenomeno prodotto da condizioni storiche ed ambientali che senza dubbio è "un flagello", però accanto alla "sciagura degli invasori" e alla calamità dei signori, "l’ira dei galantuomini è peggio della violenza dei briganti", p.52).
E c’è l’erede di Angiolello, Francesco Nigro, il brigante dei contadini, personaggio mitico, modellato sulla epopea del "brigante delle montagne irpine" che i racconti degli anziani facevano emergere "dalle nebbie degli anni" e che la lontananza colorava di magnanimità e grandezza ("pensava che se fosse nato brigante sarebbe stato generoso come Angelo Dei Duca"). E la storia di questo brigante, che "taglieggiava i ricchi e distribuiva ai poveri, fermava carrozze e diligenze con un gesto del braccio o un nitrito del cavallo", (p.6), il giovane Francesco, novello aedo, faceva rivivere nei suoi versi ("Aveva costruito un intero poema su queste battaglie ...", p.71).


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Come gli eroi mitici Francesco Nigro è generoso ("era pieno d’amore, una fontana di sentimento", p.5), tenace nella fede ("camminava con gli occhi pieni di speranza [...] per questo camminava molto dentro e fuori la macchia del demanio, dentro e fuori le terre dei Doria e dei Galiani d’estate e d’inverno", p.51), fino a scommettere col destino ("se quassopra [...] nasceranno le ginestre è segno che imparerò a scrivere. Ed era come aver detto ’se voleranno gli asini’", [p.81). E come nel mito quella tenacia è premiata: Francesco Nigro diventa brigante e impara a scrivere.
La sua azione è tutta tesa verso un ideale mondo più giusto per la sua gente ("Io non combatto per rubare e per farmi ricco ma per l’emancipazione dei contadini per affrancarli dalla servitù, dalle decime, dai terraggi", p. 61), senza mai perdere, però, il giusto contatto con la realtà ("Ma può bastare un albero [...] per essere liberi? E, poi, liberi, come?. Al generale Nigro sembravano che questi uomini uguali vivessero sulla luna", p.41 - 43) e senza ciechi odi ("Per quanto avesse abbracciato la causa giacobina non riusciva a cacciare dal cuore e dalla mente l’immagine di un re al quale aveva dato le sembianze del padre", p.48). Il comando non lo esalta ("Ordinò che non venissero ulteriormente molestati, che non venissero molestate le donne e che si rispettasse la dignità di ognuno", p,66) e i progetti per il futuro restano semplici e giusti ("una casa grande [...] con tanti bei mobili e vetrate che riempirò di libri, p.63): lo rendono umanissimo.