lunedì 3 novembre 2014

Giro d'Italia Letterario, in ottobre si fa tappa in ABRUZZO, LA MARSICA...E SI INCONTRA SILONE


 Giro d'Italia Letterario -  19 ottobre

ABRUZZO, LA MARSICA...INCONTRO CON SILONE


La Marsica si trova nell'Abruzzo interno  (QUI IMPORTANTI CENNI STORICI), terra di origine dell'antico e combattivo popolo dei Marsi, (nonchè della famiglia  di mio padre ). Luogo ricco di storia e di natura: del resto  l'orso bruno marsicano prende il  nome  da questa terra. Regione,  zona che ha visto numerosi cambiamenti, trasformazioni sociali ed economiche, territorio a misura d'uomo che spesso ha dovuto subire (per il bene di pochi) soprusi da parte di popoli invasori, signorotti e politici.
La Marsica era caratterizzata fino alla fine del XIX secolo, dalla presenza del lago Fucino, uno dei più grandi del nostro Paese.
ANTICA MAPPA

 L'economia era basata sulla pesca e sulla coltivazione di ulivi e alberi da frutto cosa resa possibile, fra le montagne abruzzesi proprio, dalla presenza del bacino idrico che mitigava il clima premettendo la presenza di quel genere di colture.
LAGO DEL FUCINO
Terminati nel 1878 i lavori di prosciugamento del lago, il Fucino subì una profonda trasformazione sia economica che sociale: non era più possibile pescare e l'assenza del lago portò ad un irrigidimento del clima che non permise più la coltivazione degli alberi da frutto. Tutta la conca del Fucino si trovò in un grave stato di povertà e miseria.
CANALE COLLETTORE PER IL PROSCIUGAMENTO













DUNQUE ...l’acqua nella realtà ambientale del romanzo...

 L'equilibrio alimentare e produttivo ancora oggi si basa sulla disponibilità ma anche sul controllo dell'acqua. Anche il più piccolo corso d' acqua garantisce una produzione agricola. Le acque amiche o nemiche per alluvioni, frane, fiumare sono causa dell'abbandono o dell'arroccamento della popolazione di  un paese,  di stabilità o mobilità delle popolazioni. Sorgenti,canali, fontane diventano punto di incontro e di riposo presso i quali i contadini si incontrano, parlano e si scambiano osservazioni. Ma non solo: i «luoghi d' "acqua" diventano anche luoghi di socializzazione e di trasgressione. Le antiche civiltà fluviali hanno trovto  in questo elemento la base della loro prosperità, offrendo un terreno di incontro di scambio e di contatto tra diverse culture e incidendo profondamente sulla distribuzione degli insediamenti umani e sulle loro vicende. Ogni comunità rivierasca intreccia un legame materiale e simbolico che esprime anche nella dimensione culturale.

Nel Sud dell'Italia la presenza di irrigazione nelle campagne ha sempre marcato una divisione tra la coltivazioni estensive e ricche e la piccola media proprietà : in Fontamara di Silone, il podestà del paese e i proprietari terrieri sottraggono ai contadini persino l'acqua con la quale irrigano gli orti da cui ottengono i pochi prodotti che assicurano un precario sostentamento. Nel romanzo l'acqua, elemento vitale, assurge a metafora dell'oppressione che conoscono le popolazioni meridionali, della loro volontà di riscatto e rinascita.
LA FONTE AMARA

La prima opera, "Fontamara", a cui ancora oggi è legata la notorietà di Silone  in misura maggiore, dentro e fuori dall'Italia, fu scritta nel 1930 a Davos, in Svizzera: nome immaginario di un piccolo villaggio di montagna, derivato da Fonte amara, ricco di significati allusivi per i fatti che vi si svolgono.
Nel 1948, dopo 18 anni di notorietà internazionale, la casa editrice Mondadori pubblica il volume Fontamara di Silone,  simbolo dell' Universo contadino  - paese marsicano.
Autore: Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli, nato a Pescina l’1/5/1900 e morto a Ginevra il 22/8/1978.
Titolo: Fontamara.
Editore: Arnoldo Mondadori Editore, collana “Oscar Mondadori”.
 
...  36 anni fa avveniva la sua  morte....scrittore dalla parte dei "cafoni" 
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/33/Tomba_di_Silone.JPG/220px-Tomba_di_Silone.JPG
DOVE E' SEPOLTO
AMBIENTAZIONE DEL ROMANZO

" A chi guarda Fontamara da lontano, l'abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri, ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo".(I. Silone, Fontamara).
 Nella prefazione del libro, prima fondamentale testimonianza della poetica di Silone, l'autore afferma di aver dato questo nome a un "antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago di Fucino, nell'interno di una valle, a mezza costa tra le colline e la montagna ». E, quasi a voler sottolineare il nesso per lui indissolubile tra invenzione fantastica e realtà storica, oltre che la proiezione universale degli « strani fatti » accaduti nel corso di un'estate, aggiunge:

« Fontamara somiglia dunque, per molti lati, a ogni villaggio meridionale il quale sia un po' fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori delle vie del traffico, quindi un po' più arretrato e misero e abbandonato degli altri. Ma Fontamara ha pure aspetti particolari. Allo stesso modo, i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin, i coolis, i peones, i mugic, i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici ». 




Fontamara, ideale  paesino di contadini poveri situato nella Marsica, è un po’ fuori mano. A chi sale al paese dalla  piana del Fucino, appare disposto sul fianco della montagna grigia brulla e arida come una gradinata. Sono  visibili le porte e le finestre della maggior parte delle case: un centinaio di casucce quasi tutte a un piano, irregolari, informi, annerite dal tempo e sgretolate dal vento, dalla pioggia, dagli incendi, coi tetti mal coperti da tegole e rottami d’ogni sorta. La maggior parte di quelle catapecchie non hanno che un’apertura che serve da porta, da finestra e da camino. Nell’interno, per lo più senza pavimento, con i muri a secco, abitano, dormono, mangiano, procreano, talvolta nello stesso vano, gli uomini, le donne, i loro figli e gli animali. La parte superiore di Fontamara è dominata dalla chiesa (dedicata a San Rocco) col campanile ed una piazzetta a terrazzo alla quale si arriva per una ripida via che attraversa l’intero abitato, e che è l’unica via da dove posano transitare i carri. Ai fianchi di questa vi sono stretti vicoli laterali, per lo più a scale, scoscesi, brevi, coi tetti delle case che quasi si toccano e lasciano appena scorgere il cielo. A chi guarda Fontamara da lontano, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile il pastore. Un villaggio insomma come tanti altri.

Nella premessa, il narratore è lo stesso Silone. Le vicende, invece, sono raccontate all’autore da tre fontamaresi (Giuvà, Matalè e il loro figlio). L'autore immagina di essere stato raggiunto nel suo esilio svizzero dai tre Fontamaresi: un uomo, sua moglie e il figlio, i quali gli riferiscono gli ultimi "strani" avvenimenti accaduti in paese. Questi sono fortunatamente scampati al massacro.
"Su Fontamara non ci sarebbe niente da dire, se non fossero accaduti gli strani fatti che sto per raccontare... Per vent'anni il solito cielo, circoscritto dall' anfiteatro delle montagne che serrano il feudo come una barriera senza uscita; per venti anni la solita terra, le solite piogge, il solito vento, la solita neve, le solite feste, i soliti cibi, le solite angustie, le solite pene, la solita miseria: la miseria ricevuta dai padri, che l' avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non è mai servito a niente. Le ingiustizie più crudeli vi erano cosí antiche da aver acquistato la stessa naturalezza della pioggia, del vento, della neve. La vita degli uomini, delle bestie e della terra sembrava cosí racchiusa in un cerchio immobile saldato dalla chiusa morsa delle montagne e dalle vicende del tempo".
(FONTAMARA, 1988, p.5)
                                      I PERSONAGGI

Silone fa innanzitutto una distinzione fra il bene e il male, identificati con i cafoni e i galantuomini. Tutti i cafoni non vanno considerati singolarmente, ma come un gruppo di persone sottoposte allo stesso triste destino, descritte spesso in un modo piuttosto comico, che riflette purtroppo la loro condizione: l’ignoranza, la povertà, la fiducia ingenua nelle autorità, la diffidenza nei confronti del governo. Con la cultura, i galantuomini possono ingannarli senza difficoltà; per fortuna i fontamaresi hanno anche la “furbizia contadina” che consiste nel trarre vantaggio anche da situazioni molto sfavorevoli, ad esempio quando si fanno pagare da don Circostanza per i voti dei morti.

CARATTERISTICA  CULTURALE 

 I cafoni sono ignoranti, sono per lo più analfabeti: sanno fare solo la propria firma. La mancanza di istruzione impedisce loro di capire il discorso del cav. Pelino, e tale incomprensione è origine di molti mali. Anche la politica risulta estranea ad essi: non sanno, infatti, nulla del regime fascista allora al potere, e quando devono gridare “Viva chi?” non sanno cosa dire.


            CARATTERISTICA  SOCIALE

 Il vivere sociale per i cafoni si articola in tre ambiti:
1) ambito religioso
2)  politico
3)  dei rapporti interpersonali
1) I cafoni hanno una religiosità marcata, vissuta in modo superstizioso e si esplica in una profonda devozione verso i santi.
2) Nonostante siano fiduciosi nelle autorità, quando si rendono conto del carattere dittatoriale del governo fascista, nasce in loro una forte diffidenza.
3) I cafoni si sentono presi di mira dagli altri contadini: infatti, quando subiscono torti, pensano di essere vittime di scherzi organizzati dagli abitanti dei paesi vicini


         CARATTERISTICA  ANTROPOLOGICA

I cafoni si comportano in modo impulsivo senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni, agendo, però, sempre in buona fede. Tra i cafoni spesso nascono liti anche in momenti molto delicati; nonostante questo, però, essi rimangono  uniti perché le loro azioni frequentemente avvengono di comune accordo. Non si può dire, però, che i cafoni abbiano autonomia d’azione, essi si fanno anche trascinare dalle decisioni altrui, per esempio quando il primo cafone firma il foglio al cav. Pelino tutti, uno dopo l’altro, lo seguono. Sono inoltre piuttosto ingenui e si fidano di tutti fino a quando capiscono di essere stati ingannati e allora diventano molto diffidenti.
Solo Berardo Viola si distingue tra i cafoni per la sua dinamicità: prima è presentato come un ribelle, poi comincia a pensare solo ai fatti suoi, quando ha intenzione di rifarsi la terra per sposare Elvira; ed infine, alla morte di Elvira, sarà il primo cafone a sacrificarsi per gli altri.
Berardo appare come l’eroe dei fontamaresi, in particolare dei giovani.
La storia della sua famiglia sembra riservargli una vita piena di difficoltà che egli supera come un lottatore.
Berardo ha un forte attaccamento alla terra e un ancora più grande amore nei confronti di Elvira. Egli  pensa che un cafone senza terra non sia tale, infatti vede la proprietà come il segno della dignità di un uomo, perciò cerca a tutti i costi di guadagnare qualcosa per comprarsi la terra e in seguito sposare Elvira.
Questo amore è un sentimento ardente, e il giovane diventa violento nei confronti di chi osa mettere gli occhi sulla sua donna.
Anche il personaggio di Elvira è molto importante, motore delle azioni di Berardo. Donna dal carattere molto forte, si arrenderà solo dopo l’assalto dei fascisti al paese, questo avvenimento la porterà a consacrare la propria vita alla Madonna.
Berardo cambia modo di comportarsi a seconda del luogo in cui si trova, ma una caratteristica accomuna tutti i suoi modi di agire: quella di volersi ribellare. 

                                   
AMBIENTAZIONE STORICA

 L’opera è stata composta nel 1930, ma è ambientata nel XX secolo,  la narrazione parte dal 1 giugno del 1929,  durante il periodo della nascita della dittatura fascista nel meridione, mentre nel settentrione essa era avvenuta qualche tempo prima.
In un primo momento i fatti si svolgono a Fontamara, nelle campagne e nei paesi vicini. Nell’ultima parte del romanzo l’azione si sposta a Roma. Il regime fascista viene criticato dall’autore.

 PER CAPIRE L'UNIVERSALITA'
 DEL ROMANZO DI SILONE

«Guardate Silone» disse Camus. «Egli è radicalmente legato alla sua terra, eppure è talmente europeo.» Infatti  la  problematica sociale politica religiosa ha sempre trovato  un’eco immediata negli altri Paesi, dove i suoi libri continuano a essere tradotti e discussi

" Questo racconto apparirà al lettore straniero, che lo leggerà per primo, in stridente contrasto con la immagine pittoresca che dell’Italia meridionale egli trova frequentemente nella letteratura per turisti. In certi libri, com’è noto, l’Italia meridionale è una terra bellissima, in cui i contadini vanno al lavoro cantando cori di gioia, cui rispondono cori di villanelle abbigliate nei tradizionali costumi, mentre nel bosco vicino gorgheggiano gli usignoli. Purtroppo, a Fontamara, queste meraviglie non sono mai successe. I Fontamaresi vestono come i poveracci di tutte le contrade del mondo. E a Fontamara non c’è bosco: la montagna è arida, brulla, come la maggior parte dell’Appennino. Gli uccelli sono pochi e paurosi, per la caccia spietata che a essi si fa. Non c’è usignolo; nel dialetto non c’è neppure la parola per designarlo. I contadini non cantano, né in coro, né a soli; neppure quando sono ubriachi, tanto meno (e si capisce) andando al lavoro."


Cercare di  dare un quadro generale,  facendo un'analisi anche dello stile che lo scrittore ha utilizzato per sottolineare alcune caratteristiche dei personaggi e dell'opera stessa,  non è stato compito semplice. 
Sono andata forse  oltre quello che è il messaggio (tra l'altro molto chiaro ed esplicito) che Silone invia ai lettori: egli, confinato in Svizzera, esprime il suo disprezzo nei confronti della dittatura fascista e invita gli oppressi a ribellarsi contro ogni ingiustizia o li esorta almeno a provarci, attraverso la voce di Berardo Viola e dei suoi compaesani fontamaresi, i quali lotteranno contro una nuova realtà politica e sociale che li costringe ad una condizione ancor più disperata e misera di quella alla quale sono abituati e che hanno accettato con una sorta di rassegnata religiosità popolare, in quanto era stata data loro da Dio ed era rimasta immutata nei secoli: 

"[.]E Michele pazientemente gli spiegò la nostra idea: «In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch'è finito.»"


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2 commenti:

Paola ha detto...

Sempre molto dettagliate le tue analisi.
Apprezzo moltissimo l'introduzione storico - geografica, che è poi il terreno su cui è nato il Giro d'Italia Letterario :)

simonetta vernia ha detto...

alla prossima
simonetta