martedì 17 maggio 2016

Porta un libro con te...17 maggio -

  Porta un libro con te...17 maggio

 Uno dei romanzi più interessanti di Truman Capote è senza dubbio Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s), un  lungo racconto che nel corso degli anni ha mantenuto inalterata freschezza e originalità, pubblicato nel 1958.
“La storia più romantica mai scritta” (Alex James, Guardian)



Nel 1961, venne anche girato un film tratto dall’omonimo romanzo, con la perfetta partecipazione di Audrey Hepburn, ma il romanzo e il film risultarono molto diversi tra loro, tanto che lo stesso autore Truman Capote si risentì di come il personaggio di Holly venne raffigurato in maniera così diversa nel passaggio dalla carta alla pellicola. Anche altri dettagli importanti vennero del tutto omessi: non ci sono cenni sulla presunta gravidanza della protagonista. Il finale della pellicola è  adattato al grande pubblico, rispetto a quello del libro.
Ancora oggi, il lavoro di Capote, uno dei maggiori scrittori americani, resta inimitabile. Il romanzo è raccontato da un aspirante scrittore, nonché vicino di casa ed amico di Holly, tramite il quale è possibile riconoscere l’alter ego dello stesso autore. La storia ha inizio quando il barista Joe (innamorato di Holly Golightly) per caso trova una strana foto che ritrae una statua africana dalle fattezze  incredibilmente simili alla ragazza. Inizia così un lungo flashback che narra dell’amicizia tra il narratore, Paul, e l’affascinante Holly, che per un periodo fu sua vicina di casa nell’Upper East Side di New York. La giovane cercava di affermarsi nel mondo e di trovare un posizione degna di notorietà, proprio come quella ottenuta della nota gioielleria Tiffany, che lei frequentava ed ammirava; solo così avrebbe smesso di avere quelle che lei chiamava “le sue paturnie” e trovato la tranquillità.
Nel frattempo, la protagonista continua a vivere una vita altamente sregolata, fatta di mondanità e di eccessi. La donna inizia a frequentare ricchi facoltosi con cui non è  coinvolta sentimentalmente ma che usa per avere accesso al bel mondo, entrandovi dalla porta principale. Trascorre le sue giornate, più notturne che diurne, tra cene, feste ed incontri con ricchi uomini dai quali si fa  mantenere. Ad un certo punto della sua vita si trova a vestire i panni della informatrice della malavita, a sua insaputa, e dietro lauta mancia, si reca a trovare un famoso gangster mafioso Sally Tomato, in cella a Sing Sing e al suo avvocato di fiducia riferisce le sue misteriose e criptiche “previsioni del tempo”.

lunedì 16 maggio 2016

Caffé letterario...dalla sceneggiatura al film...Il sorpasso

 
 Il giorno di Ferragosto, Bruno Cortona (Vittorio Gassman), spregiudicato marpione quarantenne, conosce casualmente Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignan), impacciato studente di giurisprudenza di famiglia modesta, e lo trascina in un viaggio in auto lungo la riviera laziale e toscana. Il viaggio nell’Italia vacanziera dei primi anni Sessanta diventa un’importante esperienza di vita per Roberto, ma l’ennesimo sorpasso spericolato conduce a un tragico epilogo.


 Il sorpasso è un capolavoro. Risi raggiunge con questo film l’apice della propria carriera e le vette più alte della cinematografia italiana. Maestro della commedia all’italiana, il regista riesce  a mantenere il brio e la leggerezza di questo filone, pur impegnandosi in un’analisi sociologica talmente tagliente da far rabbrividire. C’è tanta carne al fuoco nel film: molti simboli, molte metafore, molti piani interpretativi. Vi propongo qui i due più ovvi. Per prima cosa, Il sorpasso è una finestra sull’Italia del boom economico e della dolce vita, che balla sulle note di Guarda come dondolo e Pinne, fucile ed occhiali. Spensierata, felice, speranzosa. E soprattutto incosciente. Così come Roberto si lascia sedurre da uno stile di vita brillante, gran parte d’Italia, diventata acritica dal benessere, è attratta dal successo fittizio degli spacconi  come Bruno. Chi muore, però, è Roberto: chi soccombe, quindi, è l’Italia onesta ma imprudente. A noi figli di un’Italia in crisi economica ed etica, la visione di Risi sulla cecità di quella generazione non può che sembrare profetica. 
Altro grande tema del film il contrasto fra Bruno e Roberto. Bruno è granitico nel suo essere vacuo, eccessivo e piacione. L’atteggiamento di Roberto di fronte a una personalità così distante dalla propria, invece, cambia nel corso del film e oscilla fra il rifiuto e l’attrazione. La sua moralità lo mette costantemente in guardia sulle insidie di Bruno. Perciò, nel momento in cui egli accetta  ciò che Bruno rappresenta, dicendogli “Ho passato con te i due giorni più belli della mia vita”, perde. Non solo la propria identità, ma anche la vita. Bruno, al contrario, non matura: lo vediamo nello sguardo stupito ma affatto  colpevole con cui osserva l’auto che precipita lungo la scogliera. Il sorpasso ha il taglio di un romanzo di formazione, racchiuso in un road movie ante litteram. A questo film si ispirò peraltro Dennis Hopper per il suo Easy Rider. 

Cosa aggiungere? Il sorpasso è un film essenziale sulla natura umana; guardarlo vuol dire capire qualcosa sulla storia del  proprio Paese. Ma si potrebbe guardarlo anche solo per la bellezza della sceneggiatura, per il leggendario clacson della Lancia Aurelia, per sorridere delle hit estive anni ’60 o per il rimpianto Vittorio Gassman. Nostalgia?