martedì 20 agosto 2013

30 SETTIMANE....DI LIBRI #4 UN MARTEDI' 20 AGOSTO IN COMPAGNIA DI Grazia Deledda, la figlia di Sardegna

Cari Lettori eccoci al quarto appuntamento con la RUBRICA 30 SETTIMANE....DI LIBRI che ogni  MARTEDI' vi invita a seguirmi e condividere le ragioni di una lettura o rilettura in modo singolare.

INCONTRO CON GRAZIA DELEDDA




«Basta approfondire la lettura di "Canne al Vento" per accorgersi che non c’è niente di pacificato in questa terra dalle grandi armonie», scrive Dacia Maraini parlando della Sardegna nell’introduzione al romanzo di Grazia Deledda collana «I classici della letteratura. Grandi autrici», "Corriere». Così come non si placa il vento, la sorte, che fa ondeggiare violentemente le canne, metafora dell’umanità e costante  presenza  nel paesaggio e nel romanzo a cui danno titolo

Le canne al vento di Grazia Deledda, un secolo dopo



1913-2013, cent’anni di grandi cambiamenti, di eventi da ricordare comunque, di persone che hanno lasciato il segno e un personaggio che non ha risentito né mai risentirà del tempo che passa, grande scrittrice, l’unica donna italiana alla quale sia mai stato conferito (anno 1926) il premio Nobel per la letteratura:  Grazia Deledda ed  il suo  romanzo Canne al vento.
Il suo modo di scrivere, descrivere, narrare, cattura la mente e lo stomaco per quella sua incredibile capacità di raccontare le debolezze umane, il timore delle passioni, la colpa, il segreto, il desiderio di espiazione, il  senso del peccato che mostra tutta la fragilità dell’uomo. Una scrittura senza tempo quella della Deledda che emerge in particolar modo in quest’opera che quast' anno  compie un secolo ma che potrebbe esser stata scritta ieri.

UNA IDEALE INTERVISTA A GRAZIA DELEDDA

 la giovane

- Come era la vita nuorese? 

La vita nuorese che ho spesso descritto era votata al patriarcato,e le donne si opponevano vigorosamente al mio  desiderio di scrivere: lo fecero per prime le mie  due zie, mia  madre, e anche le compaesane. Ma io mi sentivo  diversa dalle donne delle mia età.

-Cosa ti aspettavi dal mondo degli uomini?

Fin da quando ero abbastanza giovane non mi aspettavo  nulla dal mondo degli uomini: i tre esempi familiari mi avevano delusa. Mio  padre moriva lasciando noi  cinque donne Deledda nelle mani di due giovani privi di capacità: Santus preda dell’alcolismo, Andrea della vita licenziosa e ai margini della legalità. Noi donne ci stringemmo fra noi e riscoprimmo una certa melanconica complicità e mandammo  avanti la famiglia, gli uomini si lasciatono trasportare dagli eventi come foglie mosse dal vento.

- Come hai vissuto la tua diversità?

Tanto diversa dalle altre ragazze  tant’è che mi guadagnai - e qui è  il mio carattere deciso della donna che diventerò-  il diritto di seguire  lezioni private. Fu una delle mie  prime vittorie. Non furono tanto le lezioni di italiano ricevute a rendermi la  scrittrice che sono stata, quanto piuttosto le mie   letture: la biblioteca di mio padre è stata un ottimo inizio, ma la vera fortuna fu la biblioteca del professore del Regio Ginnasio - scappato in gran fretta senza pagarci  la pigione- ad arricchire la mia fantasia di scrittrice.

-Cosa ha significato la lettura per poi scrivere?


Se leggere era un sogno, scrivere era  la mia vocazione. Il mio  insegnante di scuola elementare, mi assegnava dei temi da scrivere; alcuni di essi vennero fuori così bene che mi disse di pubblicarli in un giornale. Non sapevo che avrei potuto mandare  i miei racconti. Trovai un giornale di moda e spedii una novella. Fu immediatamente pubblicata  nel  1888.

- Quali le ostilità?

Non mi arresi  nemmeno quando venni pubblicamente ripresa in chiesa dal prete Virdis: “Farebbe bene a pregare chi invece si diletta nello scrivere per i giornali storie scostumate!” Avevo 17 anni e in mia  difesa venne  Antonio Ballero, letterato, pittore, fotografo e mio caro amico  che chiese al prete di ritrattare ma probabilmente i due non trovarono  un accordo dato che vennero alle mani.




-E Grazia la moderna?

Sai agli inizi del 900 fui  esempio di modernità, ma a modo mio. Non lottavo  per le donne, ma  per me  stessa,  per affrancarmi  dalle catene che mi  vincolavano, per la gloria che desideravo,  per il potere e la scrittura, perché ero sicura che tutto ciò sarebbe diventato un passi  per aprire tutte queste porte.

-Come hai ottenuto l'emancipazione?

La mia personalissima emancipazione la ottenni in  una maniera del tutto insolita: non guardai, come facevano  le altre donne rivoluzionarie di inizio novecento al futuro, ma si rivolsi  al vecchio, al passato, alla tradizione dalla quale fuggivo  ma della quale non potevo  far  a meno,  come un sicuro contenitore che mi consentisse  di vivere in libertà tutta la sua modernità. D’altronde non mi sono mai stancata di descrivere la società sarda nella quale ho lungamente vissuto, come patriarcale. Eppure nei miei  romanzi (esattamente come nella mia  vita) gli uomini  hanno vissuto in balia delle vicende, e le figure forti, immutabili, glaciali sono tutte donne.




- E la Grazia scrittrice?

Il contrasto divenne assai stridente anche nella mia  vita romana: quando mio  marito rientrava in casa   lo chiamavo, con i figli,  “il padrone” eppure Palmiro è stato piuttosto il mio segretario e factotum: ha studiato lingue straniere per curare i contatti con gli editori di tutta Europa, ed è stato  lui a inaugurare i rapporti con i personaggi di un certo rilievo per mio  conto. Di questo mio  strano menage familiare Pirandello (che non  mi apprezzò mai !!) ne parlò ironicamente nel suo “Il marito” una parodia che ebbe pochissimo successo e che l’autore rivide prima di morire. Io, Grazia Deledda, ero temibile, e nei miei  anni romani ero temuta, eppure non mi stancai mai di descrivermi ed immaginarmi come una devota moglie sottomessa al marito, il padrone. Ma è stato l’unico modo forse  per vivere la mia vita di donna moderna, pur non distaccandomi dalla tradizione nuorese nella quale ero cresciuta, che rifuggii partendo  per Roma per vivere la mia  vita di scrittrice, e della quale non potevo  fare a meno.



- Come iniziasti?

Quando presi  la penna in mano per la prima volta lo feci per raccontare di quei personaggi che avevo  conosciuto all’interno della mia cucina: io  bambina seduta davanti al fuoco domestico conoscevo  la Sardegna e molti di quelli che diventeranno i personaggi dei miei romanzi. D’altronde non era raro che mio  padre ospitasse amici provenienti dai paesi vicini e questi con i propri racconti e con le proprie vicende seminarono nella mia fantasia mille e una storia. Poi c’era mio fratello Andrea  che mi  raccontava  delle sue avventure e mi portava fra pastori e amici, e i servi che lavoravano i  nostri terreni. C’era Proto con le sue storie di santi, e il servo “ amico dei latitanti e anche dei banditi” e di questi raccontava con gran consenso da parte di noi bambini. Quando vidi  pubblicata nella rivista “L’ultima moda” la mia  prima novella, 1887, “Sangue Sardo”, due colonne di prosa ingenuamente dialettale (la lingua che nella mia  famiglia e nel mio  paese veniva utilizzata era il lugodorese, un dialetto sardo, molto vicino al latino) pubblicate solo grazie alla mia intraprendenza di giovanissima scrittrice, mi resi conto che avevo raggiunto autonomia e  una certa audacia. Pur se il fatto  destò all’interno delle mura domestiche una “condanna senza appello”,  eppure  non abbandonai  il mio  sogno e l’anno successivo inviai alla rivista il mio primo romanzo. Ciò  scatenò  “un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine”.Fui  accusata dai miei  concittadini di aver macchiato l’onore della Sardegna nel ritrarre i costumi antichi e rustici, la miseria e la violenza. Ne fui profondamente addolorata perché ho amato  molto la mia terra natale.
Ma è  stato il romanzo Canne al Vento , nella  piena maturità della mia vita, che offrì lo  spunto alla mia arte di scrittrice, particolarmente in Italia. Il romanzo rifletteva le mie migliori qualità di scrittrice;  “Canne al Vento" 1913, lo scrissi con semplicità di disegno e  analisi psicologica.

                                                    Canne al vento (Biblioteca economica Newton): Grazia Deledda
Ma la trama del mio romanzo te la voglio raccontare,  cara intervistatrice!! : una nobile famiglia, i Pintor padre, madre, quattro figlie - che vive in un villaggio- è caduta in miseria; vita triste, desolata e monotona dei protagonisti e poi una disgrazia e un delitto. Le figlie hanno ereditato il podere del padre Don Zame. Il podere con la casa rovinata offre  poco sostentamento e in seguito devono far fronte alla miseria che diviene enorme ogni giorno di più. Efix è il servo delle figlie Pintor che non possono più pagarlo ma lui continua a servirle e a essere loro utile, anche quando Lia, la terza delle sorelle, non riuscendo a sopportare le condizioni imposte dal prepotente padre Don Zame che si comporta in modo superbo e crudele verso le donne, decide di abbandonare la casa paterna e fugge dall’isola verso il continente, dove si sposa e ha un figlio - Giacinto. Efix diviene complice nella fuga, con risultati tragici alla fine. La fuga fa impazzire il padre, le sorelle la disonorano, e per molto tempo non si sa più nulla di lei. Il padre che aveva inseguito la figlia, muore in modo misterioso Il romanzo, che è basato sul personaggio di Efix, è molto avvincente.

 
Rivedo molti dei personaggi, le sorelle, Ruth, Ester, Naomi, Don Pedru che sposerà quest’ultima, anche Giacinto, il figlio di Lia ora cresciuto ma spregiudicato e “…tutto infarinato, e con tutto quel bianco addosso sembra purificato perché finalmente redento dal lavoro e dalla bontà”. Ma è soprattutto la figura di Efix che mi appare, dapprima vacillante e poi che scorre come un fiume nella mia mente. È Efix, il servitore di tutti, che non chiede niente a nessuno e nulla per se stesso. È Efix, il buono, l’onesto e caro servo che con la propria virtù mi ha commosso. Ma la vita di Efix si svolge sempre più tragicamente. Dopo la fuga di Lia il padre, Don Zame, disperato, aveva assalito il servo che per difendersi commette l’omicidio sul ponte fuori del paese. 

 Canne al vento
È da  questo orribile delitto, che si ha la  decadenza della famiglia Pintor. Efix ha rimorso di aver ucciso. La sua sofferenza è di espiare il suo peccato e di farlo in silenzio, la sua coscienza non gli permette altro. Il povero Efix soffre perché ha osato amare, un amore non giusto per la sua padrona, perché la donna era superiore alla sua condizione. Si preoccupa  e fa di tutto per aiutare le “dame” Pintor. Poveretto, si allontana, va peregrinando fra i poveri e i ciechi ma poi, pieno di rimorsi, torna a servire perché servire, e anche proteggere, è il suo dovere. Il delitto che lui ha commesso deve essere espiato ed egli accetta il suo destino con rassegnazione.
 All’avvicinarsi della sua morte e allontanato da tutti, Efix ascolta il linguaggio delle canne che hanno qualcosa di umano. Nel loro mormorio ci sono parole e ammonimenti. Si ritrova solo, ma circondato da un muro che lo serra. Lui doveva andarsene per lasciar libere le “dame”, e perché Naomi potesse sposarsi con Don Pedru. Efix è trasformato, e c’è festa nuziale in paese; la fisarmonica suona note di gioia in onore degli sposi e porterà fortuna alle sorelle. Di questo il morente Efix si rallegra, ora può morire in pace. Ed è così che si chiude la pagina di Efix: “Chiuse gli occhi e si tirò il panno sulla testa. Ed ecco…le canne mormoravano… gli pareva di addormentarsi… ma  d’improvviso sussultò, ebbe l’impressione di precipitare… Era caduto di là, nella valle della morte"

 Image

- Ed i tuoi rapporti con il dialetto?

Nelle mie opere il lettore  ha potuto  incontrare la vera letteratura, quella che è sapere sulla vita, quella che insegna come ci si comporta  perché ha trasmesso  il millenario sapere antropologico-religioso di una comunità.



E l'intervistatrice è d'accordo con la stessa critica del Prof Tanda (autore di una raccolta di saggi Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Bulzoni, 1992) quando ha sottolineato la modernità della Deledda, scrittrice che in pieno Positivismo (quando la Sardegna era considerata la terra della “razza delinquente”), confrontandosi con il tema del male (Dostoevskij), ha evidenziato la responsabilità individuale, ha posto l’accento sulla libertà di scelta. 
Grazie a questa autrice, che  ha trattato  le moderne problematiche collegate alla funzione dell’interiorità psicologica, al sentimento della fragilità dell’uomo, la Sardegna ha acquistato  un suo preciso spazio “come la Sicilia di Pirandello, la Trieste di Svevo".

Ringrazio idealmente Grazia Deledda per avermi permesso  LA RISCOPERTA DELLA SUA  FIGURA

Canne al vento - copertina

martedì 13 agosto 2013

30 SETTIMANE....DI LIBRI #3 LA MIA RUBRICA DEL MARTEDI'


30 SETTIMANE....DI LIBRI #3 LA MIA RUBRICA DEL MARTEDI'

Mi ricollego a quello che scrive Luigi Mascheroni, ''Nel mio libro ho raccolto le manie più curiose dei bibliofili d'Italia''  “Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia”. Perché quando si parla di appassionati estremi, di libri, è difficile distinguere genio e mania. Un libro che raccoglie i ritratti dei “peggiori” bibliofili d’Italia. Da Vittorio Sgarbi a Giampiero Mughini, da Giulio Andreotti a Marcello Dell’Utri, da Philippe Daverio a Cesare De Michelis, una galleria di accaniti bibliofili, più o meno famosi, persi tra la passione della lettura e l’ossessione del collezionismo. Luigi Mascheroni in “Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia’’ tratteggia le loro virtù e manie, accompagnando i lettori attraverso un’indagine curiosa condotta, con geniale bravura, tra le pieghe dell’amore e della patologia. Il rapporto fisico con l’oggetto libro, la ricerca spasmodica di un testo, il tempo e le energie spese da chi proprio “non può farne a meno”. L’autore ci parla del viaggio, letterario e divertente, che l’ha portato alla pubblicazione del volume.




Questo martedì posso chiedermi se io  scrivessi un libro da cosa potrebbe  nascere  l’idea? Potrei intervistare ogni mese un grande bibliofilo, conosciuto o meno, ma che avesse una bella storia da raccontare sui libri, il collezionismo, le piccole e grandi manie degli amanti del libri, della lettura, della letteratura.  Potrei paragonarmi a  Giampiero Mughini, che ne  “La collezione”  ,  racconta i più bei libri italiani del Novecento”.. 
Inoltre potrei domandarmi   quanti in Italia collezionano libri per vera passione e quanti, invece, perché essere bibliofili rende più “intellettuali”  
Altra domanda ancora: mi  posso innamorare  del futurismo  oppure della letteratura di fantascienza,  dell’astrologia. Iniziando a recuperare tutto ciò che riguarda quel settore, per anni, con pazienza, con ostinazione, e con un pizzico di ossessione…
Può essere considerato  UN vezzo   l’amore per il libro?
 Qual è la linea di confine che posso  tracciare  tra appassionato di lettura e maniaco del collezionismo? Forse  soldi, pazienza e tanto spazio….
Chi ha queste tre cose può diventare un collezionista. Gli altri sono amanti della lettura. 
Quale personaggio-bibliofilo risulta essere il più stravagante?  Tra tutti, forse padre Sergio De Piccoli, un monaco benedettino che ha dedicato la vita a Dio e ai libri: vive da 35 anni a Marmora, in Alta Valle Maira, sopra a Cuneo, 1.548 metri d’altezza, nella canonica del monastero. Da solo. Passa le giornate a pregare e a riordinare i libri che la Provvidenza gli manda lassù: qualcuno lo compra, la maggior parte glieli regalano: donazioni di fedeli, amici editori che si liberano del magazzino, vecchie biblioteche ecclesiastiche. Ormai ha superato gli  80 anni d’età e i 55mila volumi. Dopo aver celebrato Messa, il tempo lo trascorre catalogando i libri con il suo vecchio computer. E la cosa più incredibile è che, a parte la Bibbia, sono vent’anni che padre Sergio non legge più niente. Trovo che in tutto ciò ci sia qualcosa di sublime. E poi dentro la storia di questo monaco solitario si può leggere mezza storia del pensiero filosofico e letterario dell’Uomo: il monachesimo, i padri del deserto, quelli della Chiesa, il vecchio della Montagna, la spiritualità delle grandi Religioni, non so perché Nietzsche e Dostoevskij...

Quanti libri possono essere presenti in una biblioteca di un appassionato lettore?
 Si può andare  a metri di scaffali e come “accumulatori” di libri  anche io posso considerarmi una bibliofila , quasi una bibliofolle (con un po’ più di senso del limite), e  senza libri , vivrei peggio.




lunedì 12 agosto 2013

"La macchina degli abbracci" ed il mondo degli animali, visti con gli occhi di Temple Grandin, un 9 Agosto singolare





In scena per questo VENERDI' DEL LIBRO  La macchina degli abbracci di Temple Grandin, uscito in ristampa -  marzo 2011 (Adelphi)-

Care Amiche di Venerdì del Libro, 
 vi confesso che questo libro, consigliatomi per cercare di  relazionarmi  con un giovane studente che tutti noi docenti seguivamo secondo una particolare  terapia comportamentale applicata - ABA-,   mi ha stupito. Non conoscevo Temple Grandin. E questo suo libro-lavoro è stata una gran bella scoperta, oltre quattrocento pagine che ti invitano  con riferimenti psicologici e scientifici messi a punto con grande sapienza e semplicità divulgativa. In primo piano soprattutto il comportamento delle mucche e dei cani. Ma scopriamo anche il mondo dei pesci e quello degli uccelli.
Fin da bambina Temple Grandin ha sempre avuto più facilità di rapporto con loro che con le persone, che a fatica accettavano quella forma di incomunicabilità di cui soffre. Quando sua madre la teneva in braccio, Temple si irrigidiva  cercando di divincolarsi. Solo a 4 anni ha pronunciato le prime parole: poche, sporadiche. Invece di fare puzzle masticava le tessere e le sputava.  Ma con le mucche era diverso: da ragazzina nel ranch di sua zia in Arizona passava ore sdraiata tra questi animali. Le accarezzava, ne percepiva gli umori, ne capiva le paure.


Il senso della vita  di Temple Grandin insieme agli animali e soprattutto con le mucche, gli americani lo hanno capito in un film per la tv che racconta la straordinaria evoluzione della sua vita. Da bambina destinata, secondo i medici, a finire i suoi giorni in una casa di cura a professoressa di scienze animali all’Università del Colorado (oggi ha 63 anni). Da adolescente che  non riusciva a  gestire anche la più elementare emozione a importante specialista dell’ingegneria che ha disegnato circa metà degli allevamenti di bestiame negli Stati Uniti, per ridurre al minimo lo stress cui sono sottoposti gli animali. 
In un'intervista rilasciata a Panorama afferma: «Senza l’autismo non avremmo forse avuto Albert Einstein o Wolfgang Amadeus Mozart. Chi pensa che abbia inventato il registratore che sta usando? Probabilmente un signore affetto da una forma più o meno lieve di autismo che invece di perdere tempo ha passato ore a cercare di risolvere il problema della riproduzione del suono». Quindi “Diversa ma non inferiore” è sempre stato il motto di Temple Grandin.
«Durante la pubertà avevo in continuazione attacchi di panico. Un giorno ho visto che quando una mucca veniva stretta fra le grate per la vaccinazione, si calmava. Allora ho provato a mettermi anch’io in quel recinto, e la pressione ha calmato anche me».



Image of Temple Grandin
E Temple, si costruì "una macchina degli abbracci".  Con l'aiuto di un professore del «collegio speciale per ragazzi dotati e con problemi emotivi»  dove studiava, Temple mise insieme, con un piccolo compressore e due fogli di compensato, una «macchina per gli abbracci». Carponi, stretta da quelle fredde braccia meccaniche, sentì che il suo corpo veniva rassicurato dal non dover interagire con un essere umano per godere del piacere di essere abbracciata. 
UN PARADOSSO? ma occorre ricordare che per un individuo di tale fatta un abbraccio umano può portare  un sovraccarico sensoriale di impulsi contraddittori.  Temple sentì che la sua mente  si calmava  e incominciava a lavorare in modo diverso.  Si riconciliò con se stessa come noi facciamo tutti i giorni. Questa macchina, e l'assidua compagnia dei cavalli nel maneggio della scuola, le fece superare l'adolescenza e, soprattutto, le permise di non rimanere intrappolata nel suo panico e di realizzarsi - con successo pubblico ed economico - proprio attraverso di essa.

IMPORTANTE PER TUTTI NOI QUESTA AFFERMAZIONE: «Le persone autistiche e gli animali ragionano nello stesso modo, non usano le parole ma il linguaggio sensoriale di suoni, odori, tatto.».
E' una simpatica donna scienziato anche quando dice: «Perché mi fai domande così astratte? Io non ragiono così. Googlami! Usami come Google: di’ una parola e io traduco in immagini cosa mi viene in mente».
Per dominare i suoi attacchi di panico si è affidata a curare quelli delle  mucche:  ha disegnato allevamenti che prendono spunto dal comportamento naturale degli animali. «Le mucche hanno un ampio spettro visivo e tendono a essere spaventate da suoni e ombre, che vanno tenuti al minimo. Anche una piccola catena fuori posto può turbarle, perché da quel che non è al suo posto in natura deriva una sensazione di pericolo. Inoltre sono più tranquille quando si muovono dentro il loro gruppo in circoli, perciò ho disegnato percorsi costellati da curve che impediscono alla mandria di vedere gli uomini che danno loro ansia».

sabato 10 agosto 2013

ALTRE CONSUETUDINI O MANIE DI SIMO-LETTRICE





QUALI  SONO LE ALTRE  CONSUETUDINI O MANIE DI SIMO-LETTRICE ?

- Mi piace leggere iniziando con una sbirciatina all'ultima pagina
- Poi vado all'inizio:  mi piace sapere il numero di pagine del libro che inizio.
- Inoltre, comincio a riflettere sulla scelta del successivo libro prima di finire quello che sto leggendo.
- Metto una  pausa tra due libri. .
- Tendo, quando la lettura non è sufficientemente coinvolgente, a calcolare il numero di pagine che mi restano da leggere.
- Ora è molto raro che non finisco un libro iniziato, questo  è stato molto comune durante i miei anni di scuola superiore. Questa abitudine è cambiata radicalmente nel corso dell'Università e poi nella mia professione di Prof di Lettere




- La mia prima impressione  raramente la contraddico.
- Mi piace pensare in modo retrospettivo sul libro che ho appena finito e  sullo stile  ma durante la lettura rimango piuttosto tranquilla
- Ogni tre o  quattro  libri, mi piace prendere rifugio in uno degli autori classici (ad esempio ora rileggerò Deledda)
- Ho pregiudizi sul genere young adult fantasy e ho letto molto poco. 
- Uso  segnalibri particolari quasi sempre che mi ricordino un fatto (ad esempio, cartoline su luoghi visitati, segnalibri fatti da me con collage...)sono una purista 


- Amo i libri anche come "oggetti da collezione" e non riesco a capire chi vede Internet come una minaccia, anzi è una immensa risorsa...
- Non amo prestare i miei libri e ne acquisto anche di usati o presi da Biblioteche.
- Preferisco i libri in brossura, per non avere  crampi alle braccia.
- Mi piace quando è scritto a caratteri grandi adesso che non sono più tanto giovane.
- Raramente leggo più di un quarto d'ora alla volta ma posso benissimo leggere due ore con intervalli  di 5 minuti.

- Mi piacciono i libri "ariosi", con interruzioni tra i paragrafi
- Mi piace leggere le prefazioni ma solo dopo aver letto il libro (perché spesso chi scrive vuole raccontare la fine del libro, come se fosse  naturale).
- Mi piace scoprire autori attraverso altri autori che mi piacciono (interviste, recensioni "filiazione", saggi ...).
- Non sempre leggo prima di addormentarmi.
- Mi piace molto chi mi consiglia una lettura ma non seguo le tendenze .
- Non sempre compro libri perchè la mia biblioteca è ricca di più generi anche  per la professione che ho svolto.
- Trovo interessante e percorribile far parte di gruppi di lettura mediante i social network
 








E VOI LETTORI DEL BLOG??....

 RACCONTATEMI LE  VOSTRE ABITUDINI DI LETTURA CON UN COMMENTO A QUESTO POST...




martedì 6 agosto 2013

30 SETTIMANE....DI LIBRI #2






Cari lettori,  eccoci al 6 agosto, in piena calura agostana con ...  

 IL-MIO-APPUNTAMENTO-DEL-MARTEDI'

  LEGGERE - PER…    UN-LIBRO-TRA-LE-MANI







QUESITO DI  OGGI: SI PUO’ ESSERE D’ACCORDO  CON  QUANTO AFFERMA LO SCRITTORE:” “ Il giorno in cui scrivere darà un senso alla tua vita, sarai un vero scrittore”?





Autore: Joel Dicker
Titolo: La Verità sul caso Harry Quebert
Editore: BOMPIANI
Collana: LETTERARIA STRANIERA
Pagine: 784 Prezzo: 19,50 euro
Anno prima edizione: 2013






Credo di sì  e lo si nota nella grande idea del Nostro Giovane Autore: il suo senso della vita, per essere considerato scrittore ce lo ha evidenziato mettendo in scena tutti i cliché della tradizione americana,  dalla pittura alla televisione, e tutto il lavoro di composizione l’ha lasciato fare ai lettori,  secondo il loro  gusto e  formazione. 
Piace la grande letteratura? Allora il lettore può attingere da Lolita, dalCrogiuolo, dal Grande Gatsby, da Wapshot Chronicle, da Amabili resti, dalleVergini suicide, da Truman Capote, da Stephen King, da Richard Yates e da Richard Ford.
Si è amanti della pittura? Ecco il lettore ritrovarsi negli spazi urbani di Edward Hopper, o nei panorami naturali di Andrew Wyeth.
Si preferisce cinema? Da Peyton Place al Verdetto, da American Graffiti all’Esorcista, non cìè che da scegliere cosa rivedere.
Il lettore ama guardare  solo la televisione? Si può ritrovare nella suspence  di Twin Peaks, ma anche nella sdolcinata nostalgia di Happy Days, o nel  garbato razionalismo  dellaSignora in giallo o nella scura  paranoia di Homeland.





Spesso  riguardo ai  thriller, nei quali la bravura dell’autore è assorbita quasi interamente dalla costruzione dell’intreccio, dal ritmo del montaggio e dall’invenzione dei colpi di scena e appena  fuori dal punto di fuoco, il mondo sbiadisce in uno scialbo sfondo insignificante, e i personaggi secondari diventano come avatar. Nel caso di Dicker questo difetto, si  trasforma con una storia  ben congegnata, poiché contribuisce a innescare il meccanismo  per cui  si va avanti a leggere senza riuscire a fermarsi, catturati   dai colpi di scena e  spinti per uscire dal malessere generato dal libro.
E  la tensione narrativa riguarda soprattutto il  bisogno di scrivere ed infatti  degli scrittori nel libro, vengono tratteggiati il blocco dello scrittore, il terrore della pagina bianca,  i dogmi, gli intrecci.  Che per essere veramente vissuta, deve seguire delle linee guida; forse è questo il senso dei 31 consigli di scrittura contenuti nel romanzo.

Un libro che parla di altri libri rivolgendosi agli aspiranti scrittori dando 31 consigli, uno per ogni capitolo: a chi esita dice di non scoraggiarsi,  conforta i giovani scrittori ricordando che ad avere la meglio nel corpo a corpo con la scrittura non sono tanto gli scrittori affermati,  ma  quelli che guardano, amano, desiderano la vita non potendola vivere in prima persona.
A chi  ha avuto qualche delusione, poiché il fallimento dà sapore alla vittoria -  e lui ne ha 5 alle spalle- consiglia:“Il fallimento mi procura energia, attraverso il fallimento si costruisce e si diventa più grandi – spiega - La mia generazione è ossessionata dal successo, dall’essere noti, ma per cosa? Si è pronti a tutto oggi per uscire dall’anonimato e avere i riflettori addosso. Che senso ha tutto questo?” .
La vita da scrittore  è stata la vera ossessione di Dicker: “È quello che ho voluto fare da sempre, per questo a vent’anni mi sono messo sotto e fino ai ventotto ho scritto. Ma mi ero detto che al sesto libro rifiutato avrei smesso”. Tante regole: “Avevo voglia di scrivere un librone in cui mettere tutto quello che volevo”.
 

Il libro dunque racchiude al suo interno una sorta di guida per aspiranti scrittori, ed  all’inizio di ogni capitolo Dicker inserisce uno scambio, un botta e risposta tra Harry e Marcus, a proposito dell’arte della scrittura quasi  un corso di scrittura creativa in pillole poiché sia investigatore che maggiore indiziato sono entrambi scrittori. E si sfidano : «un bel libro non si valuta solo per le sue ultime parole ma per l’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute» . »Due cose danno un senso alla vita i libri e l’amore …..
«Scrivere è come boxare ma anche come correre".
In conclusione  “Harry e Marcus sono la stessa persona – dice Dicker - Harry è il lato di Marcus che ha mentito pur di ottenere la fama e che non ha saputo lottare fino in fondo, Marcus è la parte forte di Harry, quella che l'aiuta a credere in se stesso”.  Insomma in ognuno di noi vi è il  bisogno insopprimibile di esprimersi attraverso la scrittura.